Storia di Forlì - Il Foro di Livio parte I

Brani tratti dalla collaborazione con il periodico in rete ForlìToday. Il Foro di Livio è il nome del blog che curo dal giugno del 2016 a cadenza settimanale. Chi si servisse di questi testi o parti di essi è tenuto a citare la fonte e l'autore (Umberto Pasqui). 

Come stanno i canguri di Forlì?
Ci fu un tempo in cui, nei Giardini pubblici, furono collocati marsupiali dall'Australia e misero su famiglia.

Un tavolo anatomico, una tavola da cucina e una casa misteriosa
In un sito internet di attualità interamente in latino, viene dedicato spazio a due romagnoli: Morgagni e Artusi. Cosa dicono di loro?

Una facciata irriconoscibile per un luogo ben conosciuto
La facciata di un importante luogo di culto cittadino è stata stravolta a metà dell'Ottocento. Ora sarebbe irriconoscibile.

Una diciottenne morta per amore
L'infelice storia di una forlivese ebbe eco nei palazzi romani dove si svolse e fu cantata da poeti e narratori.

Se la luna è in Capricorno
"E quindi uscimmo a riveder le stelle": così Dante esce dall'Inferno. Un forlivese ci rimane: come sommo trattatista di astrologia.

E la gallina del vicino diventa un'oca
In pieno fervore di riscoperta della romagnolità, Aldo Spallicci curava un'antologia in dialetto per le scuole "con esercizi di traduzione in italiano".

Riaprono (solo per oggi) le antiche osterie
Nella Forlì ottocentesca c'erano oltre trenta osterie, andiamole a cercare con la "realtà aumentata". Vino, piadina e molto di più.

La Belle Èpoque dei fotografi forlivesi
Siamo passati in pochi anni dai rullini alle immagini digitali. I fotografi, dal 1846, si diffusero a Forlì.

Un tuffo da campione dalla Forlì anni Venti
Si vedrà come un forlivese fu campione italiano dal trampolino negli anni Venti, passando tra il disegno di un aereo e l'acqua del biondo Tevere.

Quando era di moda bere il liquore con la coca
A Forlì, nel 1871 fu premiato un Elixir Coca: fu poi abbandonato quando ci si renderà conto che l'estratto di foglie sudamericane è tossico.

Ci vediamo al porto di Forlì
Forlì aveva un porto? Nel Settecento era prevista la costruzione di una darsena. Il progetto, però, non andò "in porto". Eppure secoli prima...

I venti castelli di Forlì
La domanda che ci si pone è: quanti castelli ci sono a Forlì? La risposta più comune potrebbe essere: "uno". Risposta sbagliata.

Si alza il sipario sui teatri perduti
Una lunga tradizione teatrale caratterizza Forlì, città che ha ospitato, nel corso della sua storia, sale di tutto rispetto.

Forlì vs Bologna: arbitraggio all'inglese (o quasi)
Edoardo, Re d'Inghilterra, si trova, suo malgrado, a fare da pacificatore tra bolognesi e forlivesi. Non avrà molto successo.

I forlivesi colorati e la salamandra gigante
Nell'ottobre del 1636 i forlivesi videro sfilare, in centro, una grossa salamandra sormontata da una statua della Madonna.

Da Stoccolma a Forlì: la tappa di una Regina
Cristina di Svezia, regnante nella prima metà del Seicento, passò da Forlì e qui le cronache del tempo si prodigano di particolari.

Una visita agli antichi ospedali
Fino a tempi recenti, a Forlì c'erano due ospedali pubblici. Qualche secolo fa, esistevano strutture sanitarie diffuse in modo capillare.

Sulle tracce della comunità ebraica forlivese
Una traversa di corso Diaz è dedicata a Sara Levi Nathan; almeno fino alla fine dell'Ottocento aveva nome “via dei Giudei”.

Indagine sulle chiese di Maria
Un'indagine o, per lo più, un elenco sulle chiese mariane di Forlì tra passato e presente: quante sono state, e quante sono, nel centro cittadino?

I forlivesi alla prima crociata
Chi furono i forlivesi che presero parte alla prima crociata? E cosa è rimasto di quell'esperienza?

Chi erano i Novanta Pacifici?
Per oltre un quarto di millennio hanno placato i bollori della litigiosa aristocrazia forlivese: chi erano i Novanta Pacifici?

Forlì al tempo delle ciminiere
Oltre a torri e campanili, c'è stato il tempo delle ciminiere. Agli inizi del Novecento, Forlì era tra le prime città industriali d'Italia.

Giocando nel chiostro scomparso
Un chiostro antico, una volta espropriato, fu sede di un'istituzione cittadina tra le più importanti d'Italia per la qualità dell'insegnamento.

Forum, dove sei?
Si fa presto a dire "Forum Livii"... Ma dov'era esattamente questo Forum? Tra deboli tracce, cerchiamo di capire come fosse la città romana.

Che fine hanno fatto le mura di Forlì?
Nel 1904 si demolisce la cinta muraria quattrocentesca. Sull'onda dell'entusiasmo della "città aperta", Forlì ha perso un tesoro.

Forlì e i dodici Papi
Pur essendo ghibellina per antonomasia, Forlì è stata visitata da numerosi Pontefici che furono accolti con un apparato festoso e caloroso.

I dieci anni che sconvolsero la piazza
Negli anni Trenta, piazza Saffi cambiò faccia: un lato divenne razionalista. Cosa c'era prima? E che ruolo ebbe Mussolini?


Come stanno i canguri di Forlì?

La domanda potrebbe evocare suggestioni o far pensare a vaneggiamenti. In realtà è un po' il succo del discorso di una lettera comparsa su “Famiglia Cristiana” nel dicembre 1977. I mittenti, allora adolescenti, sono Riccardo e Lisa Servadei, figli di Afro e Carla, forlivesi residenti in Australia: “Vorremmo sapere come stanno e in quanti sono i canguri che abbiamo donato allo zoo di Forlì due anni fa” scrivono.
Per “zoo di Forlì” s'intende una parte dei Giardini pubblici poi Parco della Resistenza che, almeno fino agli anni '80, era popolata da animali in cattività, specialmente daini ed emù. “C'è voluta la faccia tosta del babbo – raccontano i ragazzi da Melbourne - a ottenere tutti i permessi per mandarli a Forlì: ha brigato per due anni con ministri federali e capi dipartimento, e si è fatto ricevere anche dal Vice Primo Ministro”.
A questa domanda fa seguito la risposta di Alberto Silvestri, noto veterinario e studioso allora direttore del “Melozzo”, mensile del Comitato Pro Forlì storica artistica: “Sono lieto di assicurarvi che i simpatici marsupiali godono di ottima salute e si sono riprodotti, segno questo, che si sono magnificamente adattati alle condizioni climatiche della città che li ospita. D'inverno i ricoveri chiusi, sono riscaldati da lampade a raggi infrarossi. Entrambe le coppie hanno dato alla luce due piccoli ciascuno”. Inoltre, quasi a mettere il sigillo su una vicenda la cui memoria in città pare sbiadita, aggiunge: “I vostri canguri costituiscono la principale attrazione per i forlivesi che frequentano i giardini pubblici, ed in particolare per i ragazzi: intere scolaresche accompagnate dagli insegnanti, sono venute anche dai centri vicini della Romagna e dell'Emilia”. La presenza dei canguri a Forlì, infatti, secondo Silvestri “oltre a rappresentare un incitamento alla protezione di specie animali, è anche un messaggio di fratellanza tra i popoli, oltreché un atto di attaccamento alla vostra terra”.
I canguri erano stati recintati con alte reti e fu prevista una targa “In memoria di Afro Cerotti” (morto nel '75), uno dei “donatori” dei marsupiali portati da sua moglie Connie. Alcuni di questi canguri fuggirono per poi essere sbranati da cani.

Un tavolo anatomico, una tavola da cucina e una casa misteriosa

Il sito “Ephemeris” (ephemeris.alcuinus.net) di matrice polacca, intende riproporre il latino come lingua universale anche nella comunicazione. Nella sezione “Biographiae” spuntano due curiosità forlivesi. Il primo personaggio in evidenza è un grande medico, il secondo un grande gastronomo. Nel sito, si legge in latino una dettagliata biografia che sicuramente sarebbe piaciuta a Giovanni Battista Morgagni definito anatomiae princeps et pathologiae modernae conditor. Costui, anno 1682 in urbe Foro Livii (Italice: Forlì) natus erat.
Orfano del padre Fabrizio, fu cresciuto ed istruito dalla madre Maria Tornielli. Costei gli insegnò il latino, lingua che il futuro medico parlava correntemente. Non è un caso se il Liceo classico porta il suo nome. All’età in cui gli adolescenti odierni agguantano il “patentino”, Morgagni faceva parte della prestigiosa Accademia forlivese dei Filergiti: qui potenziò non solo il latino ma si applicò nella matematica, in archeologia e in astronomia.
Fu tanto precoce da essere uno studente universitario già a sedici anni a Bologna e qui, grazie alle lezioni di Antonio Maria Valsalva, incontrò l’anatomia. Nel 1701 era dottore in filosofia e in medicina con encomi dei professori. Fu assistente dell’imolese Valsalva ma poi fu chiamato alla cattedra di medicina teorica dell’Università di Padova come successore di Antonio Vallisneri (che, come Valsalva, dà il nome a uno dei padiglioni del nosocomio forlivese).
Dopo cinquant’anni di lavoro, si cimentò nella sua opera letteraria più famosa: il De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis, appunto. Pietra miliare della medicina, il testo pone le basi di un nuovo sistema fondato su un rigoroso metodo sperimentale. Ebbe un successo clamoroso in tutta Europa e fu indispensabile per le successive scoperte mediche.
Passando dal tavolo anatomico al tavolo della cucina, ecco nel medesimo sito anche una biografia del conterraneo Pellegrino Artusi.
Il suo libro più celebre è reso con una rima gerundiva nel titolo: De scientia coquendi deque arte salubriter edendi.
Come i volumi di Morgagni furono indispensabili per l’anatomia patologica, quello di Artusi è un caposaldo della gastronomia italiana.
Passando dalla stradina tra corso Diaz e via Merenda, tra i civici 10 e 16 di via Missirini, si nota un edificio. Ebbene, è una casa misteriosa, oggi. Chi avrà visto, giudicherà, magari sollecitando un intervento per valorizzarla. Infatti, quella è la casa del principe anatomico Morgagni.


Una facciata irriconoscibile per un luogo ben conosciuto

Se qualcuno avesse inventato degli occhiali capaci di vedere le città “com'era”, se li avesse tarati, per esempio, agli anni '30 dell'Ottocento, durante una passeggiata in centro si sarebbe trovato davanti alla facciata di una chiesa irriconoscibile. Inutile cercarla ora: c'è ma si presenta in modo diversissimo. I più attenti avranno optato per l'ipotesi “Carmine” in corso Mazzini, grazie al portale, ma non è così.
In un'antica litografia, la stessa facciata appare meno scarna e più agghindata, con qualche fregio di derivazione barocca in più e lo stemma del cardinale Capranica. Arriva ad assomigliare a ciò che resta di San Salvatore in Vico, in via Andrelini. Eppure non è nemmeno quest'ultima.
Il fatto che sia la sede della parrocchia di San Tommaso Cantuariense potrebbe o disorientare o essere l'indizio definitivo per dare la risposta. La facciata irriconoscibile è quella di Santa Croce. Il 3 maggio del 1841, infatti, fu posta la prima pietra del Duomo come lo vediamo ora, nella sua versione ammantata di solennità neoclassica, con le sei grandi colonne che delimitano l'ingresso.
La fabbrica lavorò per anni, facendo da contrappunto ai più acuti fermenti risorgimentali. All'interno sono state preservate parti antiche, come la Cappella del Sacramento, edificata con proventi di Caterina Sforza e dedicata alla Madonna della Ferita. E la ricca Cappella della Beata Vergine del Fuoco con la cupola affrescata dal Cignani.
La Cattedrale, di origini antichissime, fu ricostruita nel Quattrocento, secolo fondamentale per la storia forlivese: tra miracolo della Madonna del Fuoco, Ordelaffi e Caterina Sforza. In quanto “minacciava ruina”, già dai primi anni del '400 la Cattedrale fu al centro di un lungo percorso di ricostruzione. Il 13 febbraio 1425 si diede avvio alla fabbrica del Duomo che cinquant'anni dopo fu consacrato dal vescovo Numai col titolo di Santa Croce e San Valeriano. I rimaneggiamenti furono cospicui, anche grazie alla devozione dei forlivesi per l'Immagine della Patrona e alle elargizioni del cardinale Capranica. Già dal 1465 era stato collocato il portale, attribuito a Marino Cedrini, che ora adorna l'ingresso della chiesa del Carmine. Il campanile fu forse edificato sui ruderi di un'antica torre degli Orgogliosi, mentre gli Ordelaffi avevano dimora proprio davanti alla sede del Vescovo.
È da dire che più volte nella storia la Cattedrale ha cambiato “volto” nei suoi probabili nove secoli di vita, subendo ampli rifacimenti secondo gli stili del tempo: romanico, gotico, rinascimentale...
La chiesa quattrocentesca era a tre navate, gli archi si presentavano a sesto acuto e le navi a travatura scoperta. Quattro secoli dopo, ancora “minacciava ruina” sicché venne ricostruita. Non fu risparmiata dalla guerra: il campanile mozzato venne rifatto negli anni '70 del Novecento.

Una diciottenne morta per amore

Leggendo della messa in vendita di Villa Prati, occorre “ripescare” un episodio languido e melodrammatico ambientato negli anni '30 dell'Ottocento. Che c'entra la Villa all'ombra di Bertinoro? Ebbene, era dei Prati. La nobile famiglia forlivese dei Savorelli si era stabilita a Roma dove assunse il titolo degli antichi Muti Papazzurri. Livio Savorelli si trovò così ad avere tre cognomi, a cui è da aggiungere anche quello dei Prati, antica aristocrazia forlivese che, oltre alla Villa, possedeva anche il prestigioso palazzo di corso Diaz. L’infelice storia d’amore di Vittoria Savorelli, morta diciottenne nel 1838, ebbe eco nei palazzi romani dove si svolse e fu cantata da poeti e narratori. All’estero indicarono questa vicenda come paradigma dell’esasperazione dei sentimenti tipicamente italiana, oltralpe pareva inconcepibile morire d’amore.
La ragazza, descritta come bella, istruita ed espressiva, con il collo da cigno, era una debuttante di alto lignaggio ma pur sempre di origini provinciali. Vivace e romantica, con quel che di esotico che una romagnola doveva destare in Roma, la diciassettenne ebbe numerose richieste di matrimonio. Inaspettata fu quella del principe Domenico Doria, figlio di Luigi Doria Pamphily e di Teresa Orsini. Cognomi pesanti come il marmo, alleggeriti da un trasporto nato durante un ballo sfarzoso: l’amore è reciproco, forte, immediato. Era l’agosto del 1837.
La giovane perde la testa e il ventunenne pure: il ballo delle debuttanti fu fatale. Vittoria è invidiata da tutte, la coppia si mostrava brillante e spiritosa, lei più raffinata, lui più spiccio. Sempre insieme, sempre presenti agli eventi importanti. In casa Doria il fatto è guardato con sufficienza, come se si trattasse di un sentimento passeggero, di una cosa non seria: anche perché, per i suoi, Domenico dovrebbe aspirare a ben altro che a una signorina romagnola. In casa Savorelli c’è sbigottimento, incredulità e paura: ci sarà da fidarsi di questi Doria? I parenti di lei non avrebbero mai pensato d’imparentarsi con cotanti signori. Finché accadde: il principe Domenico Doria si reca in casa Savorelli e chiede al padre la mano della ragazza.
Tutta Roma parla di quest’unione singolare, le malelingue sguazzano nei pettegolezzi. Finché l’ozio aristocratico è sconvolto dal colera: una strage, cinquecento morti al giorno. Doria e Savorelli si dividono: i fidanzati si scrivono, si cercano, ma il padre di lui è colpito dalla malattia e spira. Vittoria e Domenico s’incontrano al funerale, consapevoli che le nozze che stavano preparando sarebbero state rinviate. Scongiurato il pericolo colera, i due si rivedono in modo frequente e si torna a parlare di matrimonio.
Domenico si reca a Londra assieme allo zio che però manifesta la sua contrarietà alle nozze con la giovane romagnola. Tre mesi di permanenza inglese, tanto bastano a Domenico per ripensarci. Vittoria si chiude in convento, vuole stare lontana da tutti, chiusa e reclusa, accompagnata solo dalle lettere di lui che arrivano quotidiane. Nell’attesa di riabbracciarlo sceglie la solitudine e la preghiera. Dopo qualche settimana le lettere si fanno più rade, fin quando finiscono. Un giorno, però, dopo tanto silenzio, arriva un messaggio al padre di lei: presagio inquietante.
Il principe Doria, distaccato e schietto, dichiara che non può sposare Vittoria.
Ritira la parola data perché lo zio si oppone alle nozze. Il padre di lei scrive al fedifrago, ricordandogli la promessa, il fedifrago risponde, dicendo di essere disposto a sposare la forlivese purché lo zio tolga il veto.
Cosa che ovviamente non succede.
C’è poco da fare, il rampollo Doria se la sta spassando a Londra, Parigi, Bruxelles e Vienna. Vittoria lo viene a sapere e si ammala: gastrite nervosa. È gravissima, ha febbre e convulsioni. Il 17 ottobre 1838, dopo qualche ora di agonia, muore davanti alle suore del convento.


Se la luna è in Capricorno

C'è ancora chi fa confusione tra astronomia e astrologia, mentre un tempo erano considerate pressoché la stessa cosa, come l'alchimia e la chimica. Di allora è Guido Bonatti, nato e morto a Forlì nel Duecento.
Il passato remoto non permette di compilare una sua carta d'identità con certezza.
Alcuni episodi, invece, appartengono alla storia. Essendo tuttavia un astrologo, la storia sfuma nella leggenda e di quel signore pacioso, ritratto in un'effigie postuma con barba e cappello, come un filosofo o un Babbo Natale serio e pensoso, poco si sa ma è evidente che fosse sulla bocca di tutti.
Fu al seguito di alcuni signori come Guido Novello da Polenta, Ezzelino da Romano, Guido da Montefeltro. Da buon ghibellino, fu vicino a Federico II.
Il suo sapere fu al servizio, oltre che di Forlì, anche di Firenze e Siena. La quasi totalità dei suoi studi, delle sue previsioni, delle sue divinazioni hanno come ambientazione il suo laboratorio collocato nella cella campanaria della torre di San Mercuriale che ancora oggi fa ombra a piazza Saffi.
Proprio da Forlì avrebbe letto nelle stelle una congiura ai danni di Federico II che, avvertito, si salvò.
Nel 1257 se la prese col “tiranno” Simone Mastaguerra, incitando i forlivesi a togliersi di torno quel signorotto tanto ambizioso e controverso. Si sa che fu presente anche a Bologna, invitato dall'Università a insegnare le sue scoperte. A più riprese cercò, non sempre con successo, di sostenere la scientificità dell'astrologia attraverso dispute con teologi e prelati di gran fama.
Nel fatidico 1282, Bonatti è consigliere e medico personale di Guido da Montefeltro, nonché astrologo dedito all'osservazione dei fenomeni celesti dal suo laboratorio.
Sarebbe stato lui a “sbloccare” il lungo assedio dei franceschi mandati dal Papa Martino IV, insofferente dei forlivesi, unica gente ancora a lui insubordinata. Dall'alto del campanile guidò (con l'altro Guido, a terra) la resistenza cittadina contro l'agguerrito esercito francese. C'è chi sostiene che avrebbe predetto il proprio ferimento durante l'assedio, cosa che si avverò. Più che altro individua la data giusta per la vittoria: il 1° maggio. Bonatti, infatti, avrebbe letto nelle stelle la possibilità di una mossa favorevole: a Calendimaggio la Luna sarebbe stata in Capricorno “con la freccia innanzi”.
E il Capricorno è il segno zodiacale proprio della città di Forlì. In qualunque modo la si pensi, i forlivesi vincono, facendo dei francesi sanguinoso mucchio la città continuò ad essere per qualche mese l'ultima roccaforte ghibellina italiana.
Poi torna inghiottito tra le pieghe oscure della storia: finisce la vita in monastero? Si è pentito delle sue “ghibellinerie”? Ha mai esercitato riti magici? Intanto, senza porsi troppi scrupoli, Dante lo pone all'Inferno tra gli indovini. Indubbiamente fu un personaggio, un personaggio di rilievo (ha lasciato diversi trattati), affabile e affabulatore, avrebbe scoperto settecento stelle mai conosciute prima.
Chiaro nell'esposizione, benché discettasse di “massimi sistemi”, è riconosciuto essere il più autorevole trattatista di astrologia del Medioevo italiano. In uno dei suoi testi, espone precise istruzioni per scegliere nella maniera più opportuna dove dovrà sorgere una città, un castello, una rocca, una chiesa. Si lancia in previsioni su come andranno le istituzioni del suo tempo, tratta di medicina astrologica dettagliando influssi negativi e positivi nella cura dei malanni. Dai corposi ma chiari trattati vennero scritti manuali che si diffusero con successo.
Ora, Forlì, città che non ha mai abbandonato la sua astrofilia, potrebbe dedicare qualcosa d'importante a questo singolare personaggio. Dalle nostre latitudini, il Capricorno è visibile nel cielo serale da metà estate a metà autunno come un debole triangolo basso sull'orizzonte che, per la fantasia degli antichi, rappresenta un animale simile a un pesce - capra.


E la gallina del vicino diventa un'oca

L'invidia, brutta bestia. Così una semplice gallina può trasformarsi in un'oca, se è del vicino. O addirittura in un pavone, le cui penne occhiute ricordano che la vista, spesso, inganna. Questo è uno dei modi di dire che viene rispolverato in un interessante fascicolo degli anni '20. Nella versione originale suona così: La galena de' vsen la pêr un'oca.
In pieno fervore di riscoperta della “romagnolità”, Aldo Spallicci curava un'antologia in dialetto per le scuole “con esercizi di traduzione in italiano”. Nella “parte seconda” (per la quarta classe elementare), si leggono proverbi, racconti, storie, indovinelli, illustrazioni seppiate come la carta che inevitabilmente, nel frattempo, è ingiallita. Infatti, il libretto di un'ottantina di pagine fu pubblicato nel 1926 “in conformità dei Programmi Ufficiali del 1° ottobre 1923” da Remo Sandron Editore. “La Teggia” è il titolo della raccolta che attinge da tradizioni popolari o da altri ricercatori e studiosi della fonetica, dell'idioma e della cultura tipica di queste parti. Costava tre lire ed era inserita in una collana di altri “libri regionali” approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione.
La riforma Gentile, infatti, consigliava di avvicinare gli scolari alla lingua italiana attraverso lo studio dei dialetti e della cultura regionale. Questa è una delle tante opere che l'intellettuale romagnolo dedicò agli studi folclorici della sua terra.
L'intento, secondo Spallicci, era questo: “Assecondino i maestri quest'opera che porterà buoni frutti alla letteratura nazionale di domani, e prendano a cuore la forma e lo spirito di questo vernacolo (…) uno dei più interessanti d'Italia, essendo rinchiuso tra l'Appennino e il mare ed avendo conservato così, poco toccato dall'influsso degli altri, più pure le native impronte”.
Tra le illustrazioni spicca il sepolcro di Barbara Manfredi ancora collocato nella chiesa di San Biagio, prima che un'ultima sciagurata propaggine di guerra distruggesse, alla fine del '44, lo storico e prezioso luogo di culto forlivese. Ora, ricostruito pezzo per pezzo, il monumento quattrocentesco vale una visita in San Mercuriale. Sfogliando “La Teggia” dalle pagine color piadina (se così si può dire) in queste calde giornate, si può ricordare che: E' sol l'è l'uröla di purett, cioè il sole è il focolare dei poveri.
I più romantici, nelle notti estive, ammireranno la scia de La strê ch'la mena a Roma (la Via Lattea), se l'inquinamento luminoso di Forlì ancora lo consente.
E magari assaggiare qualche acino di agliédga, cioè “uva lugliatica”.
Così tornano alle orecchie suoni, storie ed espressioni che sbiadiscono, come Sté impëtt (rendersi garante), o Mél de' paes (nostalgia). Nostalgia per un mondo che pare lontano, o vivo solo attraverso testimoni anziani. Dunque, chi ancora conserva modi di dire particolari di Forlì e dintorni (in molti casi già tramandati e pubblicati da Spallicci e altri) non li dimentichi, anzi, li comunichi rendendoli vivi.


Riaprono (solo per oggi) le antiche osterie

Che si fa stasera? Andiamo da Ghibulin a bere una foglietta. Questa frase ora è di significato oscuro, in realtà era pienamente compresa dai nostri antenati, colti o ignoranti che fossero.
Nella Forlì ottocentesca c'erano oltre trenta osterie: andiamole a cercare con la “realtà aumentata”. Innanzitutto vediamo i punti in comune: vendono più o meno la stessa cosa, cucina romagnola, o semplicemente vino e piadina. Al bando stramberie d'altrove: del resto, cosa c'è di meglio? Una frasca di sempreverde sull'uscio significa: "qui si mangia e si beve vino". Quando il raccolto è abbondante, si possono pagare due soldi all'ingresso e bere a sazietà. Le misure di capacità degli alcolici a sua volta sono caratteristiche e basate su accise pontificie. Sopravvive il “quartino”, ma ci si può accontentare di un “quintino” detto anche chierichetto. Frequente è la foglietta (mezzo litro), servita in brocche di terra ceramicata con i bolli fiscali sotto l'orlo. Multipli della foglietta sono il boccale e il congio.

Dal soffitto pende la lucerna e in un angolo si stende un camino largo, coperto di graticole e tegami vari. Sul bancone spiccano boccali, bicchieri, mezzette pronti per essere riempiti.
Gli astanti, diversi per censo, si lasciano andare nel linguaggio e poco si preoccupano di convenzioni o del politicamente corretto. Anzi, spesso la locanda è luogo per esprimere, anche con violenza e provocazioni, la propria appartenenza politica, come avvenne nel 1851: una rissa sfociata in pedinamenti, coltellate, sassate, bastonate fu generata proprio all'interno dell'osteria di Montanari, in Borgo Ravaldino, dove pure vediamo la Bombarsòna, l'Ustarì d'la Stèla, l'Osteria della Pera e l'Aquila d'oro. L'Osteria diventa spesso covo di sovversivi e luogo immorale per i benpensanti. Si gioca a carte, ci si insulta, ci si mena, ci si ubriaca: certo, almeno per la maggioranza dei casi, luoghi rudi e potenzialmente pericolosi.
Figura assimilabile alle osterie è quella dell'imbonitore, una sorta di pubblicitario strillone che va nei luoghi più frequentati della città per propagandare questo o quel locale dettagliando i prezzi dei vini.
Le insegne altro non sono che tavoli, botti, oppure nomi variopinti su banderuole in legno o ferro battuto e caratterizzati con simboli particolari, come il Moro, il Bersagliere, il Cocomero, il Cannone, la Pera. Nel Cantone di Mozzape', angolo di piazza Saffi dove c'è la chiesa del Suffragio, vediamo l'Osteria della Pace. Si sa poi che dal Ribelle si serve piadina ed ottimo sangiovese.
Ovviamente in ogni osteria il sangiovese è il migliore, come si asserisce da quella della Buratela. L'Osteria di San Marco, ricordata già nel 1755, ha sede in Borgo Cotogni dove poi sarà albergo, ospiterà anche Gioacchino Murat. La si trova anche in Schiavonia, pure col nome di Leon d'oro (come altre locande).
Dietro il teatro c'è un'osteria nota come Pirin, già dell'oste detto Cul rott (espressione infelice per ricordare un intervento chirurgico): alcuni forlivesi, imbarazzati da un nome tanto volgare, preferiscono chiamarla, non certo migliorando le cose, osteria dell'Ano infranto. Un tempo era in Borgo Ravaldino. Poi c'è la Padella, in via delle Celendole (cioè via Allegretti), qui ci si arrangia: chi vuole mangiare, si avvicenda nella cottura di trippa e sangue, ventresca e budella con molto sale e pepe grossolano. Merita menzione Ghibulin, presso il fu Teatro Esperia. L'aspetto è quello di una cantina, stanzone senza luce ma più che decoroso. Ghibulin è oste di chiara fama quale unico depositario dell'albana di Bertinoro, particolarmente raffinato e cerimonioso.
Il salone è frequentato da personaggi illustri della città, artisti, uomini di lettere, e ospiti d'eccezione, come Giosuè Carducci.
Nel Borgo San Pietro, si possono citare le osterie Del Gallo, Del Sole, il Cavallo d'Oro (in via Giove Tonante).
Fuori dalle mura, si parla anche di Fantò, nei pressi degli attuali viale Vittorio Veneto e via Ridolfi, aggraziato dal suono del violino del vecchio Ghinoss. E non troppo distante, Zabaiet, in piazzale Orsi Mangelli fuori porta San Pietro. Il locale semina di ubriachi la notte, anche in questo caso, il suo vino è migliore degli altri. Nei pressi della vecchia stazione troviamo l'Osteria dei Mercanti.
Numerose sono le piccole osterie di Schiavonia dai nomi sbiaditi o dimenticati, come L'Onda (“dove c'è la bella bionda”, così recitava la pubblicità popolare in rima),
o Della Luce Elettrica. Difficile identificarle, perché molte cambiano sede, cambiano osti, ma il menù, più o meno, resta sempre identico.

Questo mondo non esiste più. A poco a poco, le antiche insegne delle osterie sono scomparse tutte, sostituite con locali sicuramente più moderni, igienici, tranquilli ed efficienti ma con nomi che hanno poco o niente a che fare con l'identità cittadina.
Per una Forlì che vuol dirsi turistica, sarebbe bello incoraggiare, anche economicamente, chi avesse voglia di aprire un'osteria con uno dei nomi tradizionali indicati sopra.


La Belle Èpoque dei fotografi forlivesi


Siamo passati in pochi anni dai rullini alle immagini digitali, ma occorre fare un salto all'indietro di importanza olimpionica: benvenuti nel 1846. Cosa accadde in quell'anno di tanto “fotografico”?

A rispondere è chiamata Michela Mazzoli perché vanta una passione per le foto antiche, nata “quando per la prima volta mi sono trovata incantata da misteriosi personaggi che mi fissavano da lastre negative scattate tra Otto e Novecento”. Così “ho cominciato a raccogliere informazioni sui primi fotografi della mia città e a ricercare le loro fotografia in archivi pubblici e privati”.
Grazie ai suoi studi, spiega che a Forlì si parla di fotografia per la prima volta nel 1846, ed è Aurelio Saffi a farlo in un discorso in cui lodava il lavoro del dagherrotipista Achille Manuzzi, che aveva esposto in occasione del Concorso della Provincia di Forlì nella sezione Belle Arti “Quadretti vari col Dagherotipo, tra i quali il ritratto del Conte Tommaso Saffi”.
Questi pezzi sono perduti.
Non è facile collocare i tanti fotografi che seguirono in ordine cronologico e moltissimo è andato perso nel tempo. Michela Mazzoli presenta, grazie ai suoi studi e alle sue scoperte, quanto per ora è emerso alla luce. Le fonti raccontano dei Fratelli Canè di origine imolese, arrivati a Forlì con tutta la famiglia intorno al 1860; aprirono il primo studio fotografico nel 1861 in corso Vittorio Emanuele (oggi della Repubblica) all’angolo con via Cignani. Lo studio disponeva della sala di posa e scenografie, del negozio vero e proprio, del laboratorio e della camera oscura, era intestato ai “Fratelli Enrico e Battista Canè”, sicuramente sostenuti se non guidati dal maggiore Raffaele. Questi intraprendenti fratelli esercitarono in molte città, come Ravenna, Foligno, Arezzo, Spoleto, Roma. Un’attività storica e longeva: lo studio chiuse nel 1925, l’anno prima della morte dello storico titolare Gian Battista.

Con l’entusiasmo collettivo che seguì l’Unità d’Italia emerse nei ceti agiati il desiderio di farsi ritrarre, studi fotografici eleganti con sala di posa interna si moltiplicarono.
Le fotografie in formato carta da visita, finemente decorate ebbero grande successo e divennero anche una forma di collezionismo.
Altri fotografi nella seconda metà dell’800: Brini e Mazzoni in Borgo Vittorio Emanuele negli anni ’60, lo Stabilimento Fotografico Studio di Pittura e lo Stabilimento Fotografico C. Zambianchi in piazza Vittorio Emanuele (cioè Saffi) nell’attuale Palazzo Talenti Framonti, Adolfo Masi in corso Vittorio Emanuele, Ferruccio Sorgato della famosa famiglia modenese di imprenditori fotografi, il Premiato Studio Fotografico di Amedeo Del Monte in corso Garibaldi, in attività nel 1904, vendeva anche cornici, specchi e oleografie; famoso è un suo ritratto a Giorgina Saffi che venne usato per cartoline.

In via Bufalini 15, lavorarono i fotografi Casali, poi Moschini e dal 1893 Augusto Roveri. Tra Otto e Novecento, Pietro Pettini che esercita in corso Garibaldi, rileva lo studio di Augusto Roveri in via Bufalini. La Fotografia Pettini una volta trasferita in piazza del Duomo, avrà come titolare dal 1907 il proprio direttore Eugenio Tartagni.
Nelle vecchie guide della città si trovano inserzioni pubblicitarie relative all’attività dei vari fotografi: “Lo studio è aperto dalle 9 ant. Alle 5 pom. di qualunque giorno” poiché la luce del sole allora era fondamentale. C’era chi per lo stesso motivo segnalava “Aperto tutti i giorni tranne quando piove”, con le nuvole tutto si complicava e i tempi di posa aumentavano. Oppure “Fotografia Istantanea bimbi e cavalli” per sottolineare l’abilità nell’immortalare soggetti in movimento: rinunciare ai ritratti dei bambini era una grossa perdita di guadagno, c’è chi sostiene che tutti i ritratti di bimbi precedenti al 1860 siano post mortem, perché restare immobili a lungo mantenendo la posizione era impossibile.
La “Fotografia Milanese” di Guglielmo Limido dal 1908 in corso Mazzini, si avvaleva dell’artista Giovanni Marchini per i fondali dipinti. Quella che fu la sala di posa è visibile ancora oggi dal cortile interno dell’edificio adiacente alla chiesa del Carmine. Diverse sono le cartoline d’epoca raffiguranti corso Mazzini in cui in negozio con l’insegna “Fotografia Milanese” è chiaramente riconoscibile.
Edgardo Zoli nel 1921 apre lo studio nella Palazzina Liberty con torretta disegnata dall’architetto Emilio Rosetti in viale Bovio n.4 (attuale viale Vittorio Veneto) nella sua carriera arriverà ad avere fino a venti dipendenti. Si sposterà nel 1938 in largo De Calboli, alla sua morte il negozio passerà al nipote Giancarlo. Ugo Manuli, collaboratore di Zoli, documenterà con lui la città durante il ventennio, Bruno Stefani dopo il 1925 si trasferirà a Milano dove inizia un’importante carriera come fotografo del Touring Club.
La “Fotografia Forlivese” era gestita dai Fratelli Savoia. Il padre Antonio, dopo aver lavorato in Francia aprì uno studio in corso Garibaldi, i cinque figli si divideranno col passare degli anni tra corso Garibaldi, corso della Repubblica e Cesena.

Corrado Celli dal 1918 nel Palazzo Pantoli che affacciava su piazza Saffi prima di venire demolito per lasciare spazio al nuovo Palazzo delle Poste. Un grande ritratto del tenore Masini realizzato da Celli è esposto al Museo de Teatro di Palazzo Gaddi, un’altra curiosità è che il pittore Maceo Casadei lavorò come ritoccatore di lastre alla Fotografia Celli.
Possiamo continuare nominando Antonio Dondi con “Fotolampo”, attivo dal 1916 in via Giordano Bruno, Duilio Zanelli, O.Bertaccini, Ambrogio Radice, Vittorio Monti, Adrasto Miserocchi, Gallucci e Tamagni che intorno al 1922 aprirono la Fototecnica Emiliana specializzandosi nella fotoceramica…

Col passare dei decenni la fotografia non fu più un lusso esclusivo ma diventò alla portata di tutti, ad esempio con i ritratti su foto cartolina da poter spedire e regalare che venivano stampati in più copie per amici e parenti. Tantissimo c’è ancora da scoprire, nei musei, nelle biblioteche, nei fondi pubblici e privati. E soprattutto, dentro i cassetti di casa, o in scatole dimenticate che tante sorprese continuano a riservare.


Un tuffo da campione dalla Forlì anni Venti

In Italia si iniziò a parlare di tuffi nel 1895, allora come pratica sportiva era più conosciuta come “salti in acqua”.
Poi prenderanno piede le prime competizioni: si parla di “salti girati”, “capofitti non girati”, e più tardi di “capovolte avanti e indietro”, “capovolta e mezza”, “due capovolte e mezza”, “verticali e capovolta”, “auerbach con e senza giro”. Se fino ad allora la pratica era cosa milanese, o presente a gare internazionali, nel 1919 i tuffi approdarono a Roma.
Qui s'innesta la storia di un romagnolo riservato. Mi si conceda di parlare di un parente che chi scrive non ha mai conosciuto di persona. In quel 1919, infatti, un forlivese: Raniero Pasqui, tra le 13 e le 14 si allenava saltando nel Tevere, servendosi di trampolini da lui stesso collocati perché negli altri orari servivano da passerelle per l'accesso al Circolo Romana Nuoto. Informazioni tratte da “Alla ricerca del nuoto perduto” di Aronne Anghilieri (Sep, 2002) indicano che:

“Il Tevere è invece il motore dello sviluppo dei tuffi. I pionieri a Roma furono Gaetano Lanzi e Raniero Pasqui, poi campione italiano dal trampolino. Senza piscine, senza trampolini elastici, nel 1919 la Romana Nuoto inizia l’attività di tuffi allo Scalo De Pinedo, distante 500 metri dalla sede dalla società. Lanzi e Pasqui nella pausa pranzo prendevano in spalla due tavole di abete (90 Kg), accompagnate da traversine larghe 40 o 45 cm che durante il giorno servivano da passerella per l’accesso in società”.

Chi era Raniero Pasqui e cosa ci faceva a Roma? Secondogenito di Emanuele e di Virginia Rusticali nacque a Forlì all'alba di mercoledì 30 marzo 1887: fu battezzato coi nomi Raniero Angelo Melchiorre. Talora, nei documenti sportivi, viene erroneamente indicato col nome di “Ranieri”. Dopo aver conseguito il diploma di perito industriale, partì da Forlì alla volta di Roma. Nel 1907 fa vita militare. Nel 1912, scrivendo al padre, menziona una “fotografia che ho fatto al Porto Fluviale e in cui si vede ch'io sto bene”. Quindi è probabile che a quel tempo si fosse già “buttato” nei “salti in acqua”.
Il forlivese lo si ritrova anche canottiere: il 12 agosto 1917 accompagnava, vogando, l'onorevole Leonida Bissolati per seguire dal Tevere la gara di nuoto “Traversata di Roma”. Proprio da quell'estate iniziò a esibirsi con tuffi acrobatici nel grande fiume che collega la provincia forlivese alla capitale italiana. Fu apprezzato per la particolare grazia “aerea” unita a una fisicità poderosa.
Da allora si distinse in un crescendo di prove sportive fino a laurearsi, a Firenze, campione italiano di tuffi nel 1920.
Quale membro della Romana Nuoto, eccelse in vari campionati italiani nel 1921 (prima medaglia d'oro dal trampolino da 3 metri), nel 1923 si assicurò un terzo posto e nel 1924 un argento. Seguirono poi altri riconoscimenti. Per i primi anni venti, la parola tuffi si traduceva in tre nomi: Gaetano Lanzi, Guido Granata, Raniero Pasqui. Tutti e tre chiamati “romani”, anche se il terzo era di evidenti origini romagnole.

Visse per lo più a Roma. Nella capitale lavorava come disegnatore civile e poi, durante la seconda guerra mondiale, militarizzato per l’aeronautica militare.
Il 6 luglio 1924, infatti, fu assunto in ruolo tra il personale tecnico del genio aeronautico a Guidonia. Raniero condivise con i suoi fratelli (rimasti a Forlì) alcune delle sue grandi passioni: per il nuoto (con Giuseppe), per la caccia e per i cani (con Domenico).
La sua fedele bracca di nome Dora, infatti, era sempre con lui. Dopo la guerra, quale apprezzato disegnatore, Pasqui proseguì a Roma la sua collaborazione con l’aeronautica militare e nonostante la lunga permanenza nella capitale la sua inflessione linguistica non tradì mai la tipica cadenza romagnola; anzi, aggiungendola al romanesco, la pronuncia assunse un accento neutro e gradevole all’ascolto. Rimasto celibe e collocato a riposo, ritornò nella sua Forlì.

Colpito da una grave malattia, passò gli ultimi giorni a Bagnolo per essere assistito dalla sorella Rosa, maestra elementare.
Morì nel mattino dell'8 marzo 1967 dopo aver vissuto poco meno di ottant'anni. Il nome del Cavalier Raniero Pasqui è scolpito tra i soci benemeriti della “Dam una mân”, come si può leggere in una lapide di piazza XC Pacifici.


Quando era di moda bere il liquore con la coca

Il titolo può far strabuzzare gli occhi, ma a Forlì, nel 1871 fu premiato un Elixir Coca, bevanda che così consacrò i suoi primi successi. Non era una novità, s'inseriva in un solco che fu poi abbandonato quando ci si renderà conto che l'estratto di foglie sudamericane è più che altro tossico. L'Elixir non era presentato da un Dulcamara qualsiasi, ma da farmacisti. Come poi avverrà per una bevanda gasata ancora di successo che anni dopo nascerà negli Stati Uniti; essa sostituirà l'alcol con la noce di Cola. Eppure l'entusiasmo dei forlivesi, allora, fu alle stelle.

Era l’ottobre del 1871 quando a Forlì fu inaugurata un’Esposizione agraria, industriale e di belle arti. In essa pare convogliata una certa smania di fare dei romagnoli, spesso con mezzi assai limitati e di fortuna, sempre appassionati di “macchine”, di novità o di cose che destano stupore. La fiera si svolse nel palazzo della Missione (sede attuale della Provincia, in piazza Morgagni): per accedervi occorreva il biglietto da una lira, prezzo che poi fu ridotto a cinquanta centesimi. Si può ripercorrere la cronaca delle due settimane autunnali nel “Giornale dell’Esposizione” con redazione diretta da Bartolommeo Fiani ed edito da Febo Gherardi. I vini e altre bevande la facevano da padrone.

Una delle “menzioni onorevoli”, infatti, fu dedicata al liquore oggi di moda, che si estrae da un arbusto chiamato Coca che nasce e vegeta nelle province centrali d’America. L’Elixir Coca è descritto come gradevole e ristoratore della forza, perché vuolsi che agisca su i nervi della vita organica, sul cervello e sul midollo spinale. All’Esposizione, tale liquore fu esposto da Giacobini di Fano, Fabbri di Lugo, Giovanni Giorgi, tutti farmacisti e distillatori e da Giovanni Buton di Bologna. Tra queste differenti versioni, si sa che la “Coca Buton”, di colore verde brillante, ebbe un certo successo anche nel Novecento. Successo derivato dal fatto che poi la ricetta cambiò per stemperare l'effetto dell'alcaloide proibito. Vi sono foto che testimoniano affissioni di suoi manifesti sui muri prospicienti ai Caffé forlivesi.
Sorte diversa accadde al Vin Mariani, apprezzato e bevuto fin dal 1863: il miscuglio tra vino e coca nacque come ricostituente per depressi con risultati oltre le aspettative. C'è chi gli attribuiva proprietà addirittura afrodisiache ed ebbe numerosi premi ed estimatori tra i potenti della Terra.

Alla fine dell'Ottocento si constatò la dipendenza della coca e dei suoi derivati, così sparì del tutto il Vin Mariani mentre l'Elixir Coca Buton fu “corretto” attenuando il principio attivo. Sicché rimase un noto liquore per i primi decenni del ventesimo secolo finché, dopo la seconda guerra mondiale, cambiarono i gusti e i liquori dolci come l'Elixir cedettero il passo ai vari whisky, brandy, vodka, gin.
Molte cose riempirono, per l'occasione, il palazzo della Missione.
Va da sé che il primo effetto del visitatore era la confusione delle idee e l’offuscamento della memoria. Forse anche per il troppo vino, o per il troppo "Elixir Coca".


Ci vediamo al porto di Forlì

In attesa che l'aeroporto “decolli”, c'è tempo per ricordare una storia che avrebbe potuto rappresentare una svolta per le infrastrutture forlivesi. Nell'esiguo spazio tra Forlì e Ravenna il collegamento su gomma è all'antica, non si deve dimenticare la scelta (che si potrebbe rimettere in campo) di unire i due capoluoghi con un tram, una sorta di lenta metropolitana di superficie che, sino al 1930, arrivava fino a Meldola. Scartata la via ferrata, rimasti al palo progetti più veloci su gomma (c'era perfino un'ipotesi autostradale Forlì-mare targata Ventennio), la città mantiene con la costa collegamenti sicuramente migliorabili.
Eppure, fu tentata a più riprese (e probabilmente anche usata), la via dell'acqua. Ci furono guerre per contendersi Cervia e il suo sale, ma poi la città mercuriale non riuscirà ad avere un suo sbocco sul mare.

Forlì aveva un porto?
Vediamo alcune ipotesi: i corsi d'acqua di Forlì sono principalmente tre: Montone, Rabbi e Bidente-Ronco.
Tralasciando quest'ultimo, che limita zone periferiche, i primi due si uniscono sotto l'ospedale e proseguono mantenendo il nome del primo. Con una cartina geografica si vedrà che il fiume sembra puntare verso il centro, quindi “accarezza” viale Salinatore per dividere i Romiti da Schiavonia. Nel frattempo, una rete di canali da via Firenze e da viale dell'Appennino costeggia i fiumi. Questa è una spiegazione molto semplificata, ma vale giusto da introduzione.
Alluvioni, portata incostante, hanno reso complessa l'interpretazione storica dei corsi d'acqua del forlivese, tuttavia occorre immaginarsi una Livia antica tra paludi, isole, e anse ormai inesistenti.

Il Rabbi era chiamato Acquaviva perché tanto ricco e pulito da rendere Forlì tappa obbligatoria dei pellegrini verso Roma. Secondo le antiche cronache, il fiume attraversava Schiavonia e passava sotto il ponte dei Morattini, un tempo davanti alla chiesa della Trinità. Il ponte a schiena d'asino fu atterrato nel 1851: si sollevava di sedici metri e ciò fa intendere quanto importante fosse il corso d'acqua ora invisibile. Allora era detto ponte dei Bogheri (termine che intende, come “boa”, qualcosa che ha a che fare col gergo marinaresco), e ciò potrebbe essere una prova che il fiume urbano fosse navigabile. Che lì sotto ci fosse un punto di attracco per i pellegrini che così raggiungevano Forlì da Ravenna? In questa città irriconoscibile, quindi, ci sarebbe un fiume navigabile che passa proprio dentro il centro, lambendo l'antico Forum di romana memoria.
Perché qui si cammina tra supposizioni e non ci sono documenti? Una delle ipotesi (già questa, di per sé, suggestiva) è data dal fatto che questo scalo sarebbe stato controllato dai Templari. Sciolto l'Ordine, sparì anche la carta. Non si sa dunque se effettivamente in piazza Melozzo ci sia mai stato un porto, ma non sembra un'asserzione tanto campata per aria.

Un fiume entrava in città anche da porta Ravaldino (più o meno sul tracciato dell'ormai invisibile canale) e bagnava il Campo dell'Abate (piazza Saffi). Sopra di esso oggi c'è il loggiato del Municipio. La pendenza di piazza XC Pacifici testimonia l'antico argine. Si conoscono due ponti importanti: quello sotto il “Rialto piazza”, cioè l'inizio di corso Garibaldi (Rialto, appunto, ha un che di veneziano), detto “del Pane” un passaggio di circa venticinque metri a tre arcate, con sopra le botteghe dei fornai. E, nel principio di via delle Torri, si alzava il ponte “dei Cavalieri”, composto da due arcate di oltre otto metri di luce ciascuna.
Quindi il corso si fa complesso, e ciò che rimane toccava comunque le perdute chiese di San Pietro in Scottis (dei pellegrini scozzesi), ospizi e lazzaretti, inoltrandosi verso corso Mazzini per poi sterzare verso la torre Numai e piazza delle Erbe.
Esce dalla città alla Grata, più o meno in viale Italia e poi prosegue con altre tortuosità verso Coccolia, dove si butta nel Ronco.
I fiumi (o il fiume) urbani furono deviati e canalizzati già in tempi antichi, pertanto la storia è confusa. Nel Novecento, purtroppo, pressoché ogni traccia di acqua corrente fu nascosta sotto l'asfalto e Forlì perse magari qualche ratto, ma molti scorci pittoreschi.

Un estremo tentativo di dare a Forlì un porto risale al 1764. Allora si predispose un piano per dotare la città di un canale naviglio che avrebbe avuto la darsena alla Grata (tra San Biagio e viale Italia) per poi proseguire allargando e approfondendo il canale di Ravaldino verso Coccolia, lì sarebbe confluito nel Ronco per sfociare nel mare. Ma ben presto, come altre volte nella storia di Forlì, arrivò la frase implacabile: “Mancano i soldi”.


I venti castelli di Forlì

Non le è bastato avere “gli occhi belli”: fece comunque una brutta fine. Eulalia Torricelli da Forlì è la bella proprietaria di tre castelli: uno “per mangiare”, uno “per dormire”, e l'ultimo “per amare De Rossi Giosuè”, una guardia forestale di cui si era invaghita. Il testo di Nicola Salerno, in arte Nisa, è datato 1947. La ragazza, abbandonata dall'amato, si toglierà la vita con gli zolfanelli (!), lasciando in eredità i tre castelli agli autori del brano. Al di là di questa orecchiabile e triste vicenda fittizia, narrata da una canzone che sta per compiere settant'anni, la domanda che ci si pone è: quanti castelli ci sono a Forlì?
La risposta più comune potrebbe essere: “uno”, identificando con la parola “castello” la Rocca di Ravaldino. Eppure, nel corso della sua lunga storia, sul territorio del capoluogo romagnolo si sarebbe succeduta una ventina di edifici difensivi.
E con “territorio” si esclude tutto ciò che è oltre i confini comunali (come, per esempio, Monte Poggiolo, o la Rocca delle Caminate), perché non si finirebbe di contare il numero di torri, bastioni o avanzi di rocche che sono disseminati nell'Appennino, in particolare sul confine, allora vicinissimo, tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio.
Se il numero “venti” sembra un'esagerazione, proviamo a fare qualche indagine per capire ciò che resta.

Partiamo da Forlì città.
Secondo gli storici antichi, la città antica sarebbe sorta unendo quattro castelli vicini: Castel Livio (di origini romane), Castello Merlonia (a metà dell'attuale corso Diaz), Castello di San Martino (vicino a via Maroncelli, dove c'è via San Martino) e un quarto nei pressi dell'attuale via Castello. Erano anni in cui erano all'ordine del giorno devastazioni e ricostruzioni, quindi dei quattro castelli, oltre a toponimi, restano più che altro supposizioni. Fu grazie agli Ordelaffi se la fisionomia urbana del centro diventa quella che è oggi. La cerchia muraria si allarga fino a comprendere due rocche: quella di Ravaldino e quella di San Pietro (dal lato opposto della città, alla fine di corso Mazzini). La Rocca di San Pietro fu atterrata nel Settecento, però rimase quasi intatta la porta omonima fino a metà dell'Ottocento quando fu sostituita dalla Barriera che a sua volta, dall'ultimo conflitto mondiale, non c'è più. Una fotografia ritrae quest'ingresso, simile se non uguale alla bolognese Porta San Felice. Attorno ad essa sorgeva una rocca semplice, composta da un edificio squadrato e massiccio. Qui Caterina Sforza fu rinchiusa coi figli dopo l'assassinio del marito Girolamo Riario. Nel 1862, un provvedimento di scarsa lungimiranza ordinò l'abbattimento di ciò che rimaneva della rocchetta, cioè la Porta San Pietro.
Di successo, e quindi superstite, è la Rocca di Ravaldino. Di origini misteriose come il nome, è il frutto di ripetuti rimaneggiamenti tra il Trecento e il Quattrocento. La grande cittadella nascondeva un palazzo sontuoso, denominato Paradiso, giardini e una vasta piazza d'armi. Un fossato pieno d'acqua, ora in secca, fungeva da ulteriore protezione. Due rivellini, uno dei quali ancora esistente (oltre via della Rocca, nel giardino dell'Ausl), estendevano la già amplissima dimensione della struttura. Cadde al lungo assedio del Duca Valentino nel gennaio del 1500, quando tutta la città ormai era Borgia.

Caterina Sforza si ostinava a resistere finché fu aperta una breccia (coperta poi da un fregio) e la sua signoria ebbe termine. Machiavelli aveva già avvertito che, come difesa, Ravaldino non poteva essere una garanzia. Durante l'effimero governo Borgia, fu affidato il restauro della rocca a Leonardo da Vinci: non si sa che esito abbia avuto tale progetto.
Sono visibili, benché nascosti dal traffico, i resti della piccola Rocca di Schiavonia, che oggi fa da “cornice” alla più recente porta. I bastioni proteggevano la città dal pericoloso lato esposto a Faenza.

Se si esce dalla città, la storia ricorda altri nomi di edifici difensivi, identificati come “castelli” in senso lato. Dei più rimane più che altro il nome, o qualche toponimo legato a case coloniche, strade vicinali, località. Alcuni sono, poi, di difficile collocazione: Carpineta, per esempio, già Castrum Carpeneti costruito nel 1174 contro Castrocaro. O Come Casaficaria, nei pressi di Vecchiazzano, venduto nel 1001 dall'Arcivescovo di Ravenna a tale Erchenfredo.
Lavori agricoli hanno cancellato quel po' che rimaneva di quest'antica struttura lungo l'attuale via Veclezio.
Castel Leone, nome che poi sarebbe mutato in Castiglione, è sempre stato conteso tra Forlì e Faenza, oggi dà il nome alla frazione collinare. Fu distrutto in una delle numerose guerre tra le due città vicine nel 1201: era una forte rocca, simile a quella di Monte Poggiolo, posta su un rilievo adibito poi a coltivazione.
Il vicino Castrum Pedrignoni, da cui Petrignone, era dei Calboli ma fu conquistato dai fiorentini nel 1313 che lo atterrarono definitivamente nel 1482. Sui suoi resti sarà poi costruita la chiesa.
Castel Latino sarebbe stato costruito sugli avanzi di una fortezza tardoromana fino al suo atterramento avvenuto nel Duecento.
Ha dato il nome alla frazione Ladino.
Di un certo rilievo sarebbe stato anche il Castrum Sancti Martini in Strata, castello e mura bastionate costruiti nel Trecento dal governo della Chiesa per tenere a bada i forlivesi. Oggi, a San Martino in Strada, ci sono nomi di strade che ricordano la presenza di quest'antico fortilizio sul Rabbi.
Non vi sarebbe traccia, a Roncadello, della piccola rocca chiamata, appunto, Roccatella.
Di Loreta, poco si sa: è citato fino al 1371 ma non se ne conosce l'esatta ubicazione, forse nei pressi di San Lorenzo in Noceto.
C'è un pure un Castello di Ravaldino in monte, citato fin dal 1154. Fu per un certo periodo degli Ordelaffi, in particolare Antonio, negli anni '30 del Quattrocento vi costruì una bellissima torre. Non ne rimane niente, al suo posto ora c'è il cimitero della frazione collinare.
Un nome suggestivo, quasi operistico, per il Castello di Belfiore (zona via Monda), già menzionato nell'888 quando apparteneva ai Berengari di Forlì. Ricostruito dagli Ordelaffi nel 1378 fu occupato temporaneamente dai Malatesta per poi tornare ai forlivesi. A ben cercare, qualche traccia di questo edificio esisterebbe ancora.
Anche Collina aveva il suo castello, posseduto dagli Orgogliosi già nel secolo X. Distrutto dal 1236, è stato ingoiato dalla storia. È possibile che si ergesse sulla sommità del rilievo in cui oggi si trova la chiesa di Sant'Apollinare in Collina.

La Bastia di Ronco fu costruita nel 1358 da un Abate di Cluny. Sulla struttura sorse poi la chiesa di Ronco.
I forlivesi eressero anche la Bastia di Poggio nel 1283 nell'omonima frazione. Ebbe vita breve, già un secolo dopo era scomparsa.
In zona, è menzionato anche un Castel Lucio, distrutto dai faentini nel 1235: sull'ubicazione ci sono ipotesi confuse, ad ogni modo doveva trovarsi nei pressi del Castello di Barisano, o Castrum Barigiani, noto perché vi soggiornò Matilde, moglie dell'Imperatore Enrico V. Anche questo fu atterrato dai soliti faentini nel 1235, se fino a tutto il Seicento i ruderi erano ben visibili oggi è sparito. Era nei pressi della chiesa della frazione.

Questo lungo elenco fa capire quanto fosse "movimentata" la storia del medioevo forlivese: ci sarebbero altri nomi, altre vicende, ma il tempo passa e non tutto resta.


Si alza il sipario sui teatri perduti

Una lunga tradizione teatrale caratterizza Forlì, città che ha ospitato, nel corso della sua storia, sale di tutto rispetto. Qui si cerca di capire quanti teatri siano esistiti nel capoluogo romagnolo. Molti dei quali purtroppo perduti, alcuni progettati e mai costruiti. Escludendo i cinema (scomparsi dal centro in brevissimo tempo), ci si dedicherà esclusivamente alle sale che, nel corso della storia forlivese, hanno dato sfogo al bisogno di prosa e opera dei concittadini.
La vistosa lacuna di un teatro all'italiana, a ferro di cavallo e con palchetti, è ancora insanabile. Eppure in città si sono susseguiti numerosi luoghi di svago. Qui se ne citano alcuni, senza pretesa di completezza, escludendo le piazze e i giardini in cui, da secoli, sono sempre stati allestiti spettacoli o, come si direbbe adesso, “eventi” a guisa di prova che i forlivesi sapevano godersi le serate con spensieratezza ma anche con un certo buon gusto. Ciò è anche testimoniato dal Museo Romagnolo del Teatro in palazzo Gaddi.

I teatri perduti
Il Teatro Comunale rappresenta una ricca parentesi della storia della città tra il 1776 e il 1944. Non era di grandi dimensioni (ha lasciato “l'impronta” sull'attuale piazza della Misura) e, all'esterno, aveva un volto anonimo. L'interno, però, era decorato da opere di Felice Giani e Pompeo Randi, tanto per citare qualche nome noto. Il pubblico, suddiviso tra platea, tre ordini di palchi e loggione, poteva assistere a melodrammi, spettacoli di prosa, comizi, ma anche ad esperimenti pre-cinematografici fin dal 1890. Danneggiato dall'ultima guerra, non fu mai più ricostruito, lasciando una lacuna dolorosa nell'ambiente culturale della città. Inaugurato con un'opera composta ad hoc, era particolarmente temuto dai cantanti per il loggione piuttosto esigente e, per così dire, mordace.
L'Accademia dei Filodrammatici aveva una sua sala nel convento di San Domenico dal 1809. Il teatro, progettato da Luigi Mirri, ospitava più che altro commedie. Passata la tempesta napoleonica, nel 1817 il convento (ora sede dei Musei civici) tornò all'ordine dei Predicatori e la sala fu chiusa.
Altro caso è quello del Teatro Santarelli.
Nel 1835 il celebre medico Giovanni Geremè Santarelli finanziò la costruzione di una sala con tre ordini di palchi e loggione accanto alla basilica di Santa Maria dei Servi (San Pellegrino). Ebbe fama per gli spettacoli carnascialeschi e marionettistici e la platea poteva essere allagata per giochi d'acqua.
Il Teatro fu demolito nel 1870 per essere ricostruito nel 1905 rinominato Politeama Novelli o popolarmente Pestapevar.
Ebbe vita breve: nel 1914 il Comune reclamò l'area per costruire l'attuale via Girolamo Mercuriali. Sicché fu abbattuto e oggi niente lo ricorda. Negli ultimi anni era stato sede di spettacoli circensi e fu anche un cinema.
L'area dello Sferisterio (oggi, ciò che resta, è ridotto a parcheggio), struttura del 1824, occasionalmente divenne Teatro Diurno aperto a compagnie di basso livello e particolarmente gradito ai ceti meno abbienti. Fu luogo anche per ascensioni di palloni aerostatici.
Demolita anche l'Arena Fabbri, attiva tra il 1880 e il 1892 con galleria e palchi in legno per feste da ballo e rappresentazioni teatrali. Si trovava in Borgo Vittorio Emanuele (corso della Repubblica) e contava quasi duemila posti numerati. Vi si rappresentavano spettacoli di vario genere, dall'opera lirica alle commedie di Goldoni, nonché Zola e Ibsen. Sull'area fu poi costruita la fabbrica Becchi.
La storia della città ricorda anche un effimero Teatro Zanuccoli, esistente tra il 1875 e il 1879 nell'area dell'antica chiesa di Sant'Antonio dei Battuti Celestini, soppressa in epoca napoleonica. Era un teatro per spettacoli comici e musicali ma venne presto demolito per ripristinare lo spazio a chiesa, quella che oggi è dedicata a San Francesco ed è in corso Garibaldi.
In via Giuditta Tavani Arquati esisteva il Teatro della Casa del Soldato, attivo soprattutto negli anni della Grande Guerra.
Sulla stessa strada c'era il Teatro Esperia, poi cinema (demolito nel 1997): aprì i battenti nel 1926 e aveva una platea con vasta galleria in cemento armato e due balconate laterali. Decorato da Mario Camporesi, recava una coppia di pavoni come motivo dominante e un prezioso lampadario in ferro battuto. L'allestimento originale fu cancellato dai restauri del 1954 mentre l'ultimo riadattamento che lo rese cinema da 750 posti reca la data del 1976.
Tra il 1935 e il 1982 esisteva anche un'Arena Esperia da 300 posti ove, all'aperto, vennero eseguite anche opere liriche; era annessa all'omonimo Teatro.
Il 1913, nei locali già adibiti a chiesa (Santa Febronia, corso Garibaldi), aprì i battenti la Bella Pescatorina (poi Cinema Popolare), sala da ballo su pianta ellittica.
In piazza delle Erbe esisteva un Teatro delle Varietà, situato nel Foro Annonario e attivo dal 1886. Già prima, in questo spazio, si esibivano spettacoli con bestie feroci.
Altro non era che un baraccone ligneo ornato da dipinti nell'atrio del “mercato coperto”, fu poi sostituito dal Pestapevar di piazza XX Settembre.
In piazza XX settembre, nel 1893, infatti, fu inaugurato il Padiglione del Pestapevar, sala con due ordini di palchi e due gallerie in legno. Tra feste da ballo, luce elettrica, operette e feste, fu un luogo particolarmente vivo, tanto che il palco scenico poteva abbassarsi fino ad ampliare la sala. In cartellone ospiti celebri, tra cui Fregoli e anche teatro “impegnato” (Amleto, Otello), balli e opera (Rigoletto). Ciò che restava della sala fu demolito nel 1939; ora al suo posto c'è un moderno palazzo sede, tra l'altro, di una banca.
Non lontano esisteva un Teatro dell'Agrumaia, collocato lungo il corridoio superiore del chiostro di San Mercuriale. Iniziò la programmazione nel 1888 risultando particolarmente frequentato: si ricorda che il telone era decorato con un grande disegno della piazza Maggiore come doveva essere nel Medioevo.
Il Teatro Romagna di via Episcopio Vecchio, nel 1956 conteneva quasi settecento posti per comizi e assemblee poi fu ridotto a Cinema Ciak abbandonato e crollato nel 2008.
Ora rimane un inquietante “scheletro” a pochi metri da via Maroncelli.

I “superstiti”
Nel 1893 fu inaugurato il Teatro San Luigi, ancora esistente non lontano da San Biagio. Fu proprio su questo palco che Diego Fabbri iniziò le sue esperienze teatrali. Fu anche chiamato Cinema Italia dal dopoguerra. Ristrutturato nel 1965 e chiuso nel 1979, oggi rivive come sala teatrale grazie alla presenza dei salesiani.
Su ispirazione delle sale austriache, nel 1914 venne aperto il Kursaal. Con lo scoppio della guerra, per non suonare troppo “tedesco”, prese il nome di Teatro Apollo, così è chiamata tuttora la graziosa sala con due gallerie in via Mentana. Vi si tennero feste da ballo, concerti, spettacoli di varietà, operette e proiezioni cinematografiche. Con una capienza massima di 400 posti, fu poi “raddoppiato” con un'altra sala (ora non più esistente) negli anni '80. Il proprietario dell'Apollo, Leonida Vallicelli, nel 1918 aprì l'Arena forlivese, anfiteatro in via Giorgio Regnoli con ampio palcoscenico in muratura e vasta platea un tempo pavimentata con mattonelle esagonali. L'elegante spazio aperto, capace anche di 1200 posti, ospitò spettacoli lirici e “leggeri” fino a chiudere i cancelli negli anni Sessanta. Poi è stato riaperto in sporadiche occasioni.
Esiste ancora quello che era il Teatro Mazzini (sala con balconata sopra il vecchio Cinema Mazzini di corso della Repubblica) già spazio dei magazzini oleari e granari dello Stato Pontificio: assunse l'aspetto attuale grazie al progetto di Emilio Rosetti. Luogo legato agli “Amici dell'Arte”, fu sede di spettacoli lirici, vocali e strumentali dagli anni successivi alla fine della Grande Guerra. Negli ultimi tempi è stato utilizzato dall'Università.
L'ingegnere Cesare Valle disegnò il Teatro Casa del Balilla, platea con galleria del 1936 nell'ex palazzo Gil di viale della Libertà. Il cinema teatro, aperto fino a dieci anni fa col nome Odeon e in attesa di una sua riutilizzazione dopo il restauro che ha interessato tutto il complesso, è capace di 800 posti e una platea di circa 30 metri quadrati.
Nel Dopoguerra fu usato il Salone Municipale, altrimenti detto Auditorium Comunale, dove furono collocate le stesse poltrone azzurre del Teatro Comunale andato distrutto. La sala svolse quindi la funzione di teatro provvisorio; anticamente pare che avesse avuto le stesse funzioni.
In corso Diaz, in luogo del palazzo Brandolini Dall'Aste distrutto da un bombardamento, si ergeva la discutibile facciata giallina del Teatro Astra inaugurato nel 1947, sede di concerti e spettacoli di vario genere. Divenuto di proprietà comunale, prese il nome di Diego Fabbri, completamente ricostruito nel 2000 secondo le forme attuali: con i suoi 550 posti in platea e i 160 in galleria, è attualmente il teatro più importante della città.

Altri spazi, altri tempi
I cortili e gli spazi di numerosi palazzi, tra cui quello Pasquali (in via Caterina Sforza), quello Merlini (in via Maroncelli), quello Guarini Benzi (via dei Mille), Paulucci di Calboli Barone (via Maroncelli), Orsi Mangelli (corso Diaz), Piazza Paulucci (l'attuale Prefettura), Gaddi (corso Garibaldi), Albertini (piazza Saffi), Albicini (corso Garibaldi), Manzoni (corso Garibaldi), furono sede di filodrammatiche e di spettacoli teatrali di vario genere. Lo stesso avvenne per numerose sale parrocchiali e avviene anche in tempi recenti.
Sant'Antonio Vecchio (in corso Diaz) divenne teatro col nome bizzarro de La Gran Bretagna. Fu specialmente sala da ballo nella seconda metà dell'Ottocento.
Bastava un semplice palco con sedie per allestire uno spettacolo lirico nell'Arena del Palazzo delle Esposizioni, collocato nell'area retrostante del già collegio aeronautico Bruno Mussolini. La platea, attiva specialmente negli anni '50, poteva contenere più di tremila spettatori.
Più vicine nel tempo sono le numerose “sale polivalenti” o spazi come la Fabbrica delle Candele che recentemente hanno rilanciato attività giovanili e professionali che si spera abbiano continuità come è capitato al Teatro dell'Arca – Testori (dal 1977) e Il Piccolo (dal 1981). Tuttavia si tratta di strutture prive della “grazia” e degli abbellimenti decorativi tipici del tardo Ottocento. Il Palafiera (inaugurato nel 1987) è stato sede di eventi diversi da quelli sportivi, con l'auspicio che questi aumentino, come accade nelle città vicine. Non è passata inosservata la riapertura dell'antica chiesa di San Giacomo, spogliata da Napoleone e dallo Stato unitario, parzialmente rovinata dall'incuria, resa ai forlivesi dopo un importante restauro solo nel 2015 come sala per concerti e iniziative di vario genere. Non pochi, poi, sono i progetti per teatri mai costruiti, già dagli anni Dieci in cui si auspicava un Politeama, alle grandi opere previste dal Ventennio e poi arrestate dalla Guerra. Così, della vasta sala in piazza Saffi, o del grande auditorium nei giardini pubblici, non se n'è fatto nulla.
E purtroppo la ricostruzione “com'era dov'era” del Teatro Comunale settecentesco è rimasta lettera morta.

Si era accennato al Museo Romagnolo del Teatro: anche qui, con un allestimento un po' più vicino alla sensibilità contemporanea, una sua valorizzazione migliore, una fruibilità più semplice, si mostrerebbe per quello che è: una gemma che, per ora, risulta impolverata.


Forlì vs Bologna: arbitraggio all'inglese (o quasi)


Chi abita dalle parti di corso Mazzini dovrebbe sapere di vivere nel Rione San Pietro. Se cerca una chiesa o qualcosa riferito a San Pietro che giustifichi il nome del cantone, oggi non troverà nulla. Eppure l'origine deriva da San Pietro degli Scotti o in Scottis, o in Scotto. Uno dei tanti luoghi di culto che non ha lasciato traccia: doveva essere sul corso, nel lato opposto del Carmine, poco più verso la piazza. Secondo alcuni, anche da lì passava un fiume: se n'è già parlato e ci sono teorie contrastanti. Fondata (forse) da monaci scozzesi (o irlandesi, che per allora era la stessa cosa), la chiesa fu sicuramente ricetto per genti del nord Europa in pellegrinaggio verso Roma. Si trattava di una chiesa antica e importante già nel nono secolo. Soppressa la parrocchia nel 1464, rimase sede di una confraternita e di un vicino ospedale. Poi arrivò Napoleone e divenne un magazzino, una conceria, fino a sparire del tutto.

Scotti, infatti, è un nome antico per definire gli scozzesi (qualcuno ricorderà, nelle vecchie cartine della tarda romanità, che oltre al vallo d'Adriano c'erano i Pitti e gli Scotti). Quindi la chiesa, nel versante “verso il mare” della città, era meta di pellegrini scozzesi che forse vi pervenivano, come scritto in un'altra puntata di questa rubrica, attraverso vie d'acqua.
Nei pressi della chiesa, era stato eretto un Ospizio dei Pellegrini aperto anche ai viandanti.
La struttura, tra alterne chiusure, riaperture, cambi di destinazione, resistette fino all'Ottocento, quando l'ospite non poteva trattenersi più di 24 ore: avrebbe avuto un pasto e due refezioni, un paio di scarpe e mezzi di trasporto.

Ma a proposito di Regno Unito, si deve ricordare che Edoardo d'Inghilterra tentò invano di sedare una delle ennesime tensioni tra bolognesi e forlivesi. Dove? A Forlì. Il Duecento romagnolo è un secolo complesso e non è sede, questa, per approfondirlo.
Si può solo dire che i bolognesi hanno sempre amato influire, con ingerenze varie, sui forlivesi.
Questi, quando la misura fu colma, rifiutarono il podestà felsineo ed affidarono la carica a Tarlato dei Tarlati (nome suggestivo), ghibellino.
Ciò provocò la reazione di Bologna che volle far capire a Forlì chi comandava, inviando un'ambasceria convincente. Forlì non poteva essere “bolognese” (cioè papista) perché l'Imperatore Federico aveva accordato ad essa una certa autonomia sigillata dall'aquila sveva che ancora oggi fregia la città.
La pentola a pressione tra guelfi e ghibellini stava per scoppiare: Bologna mandò un esercito verso Forlì accampandosi alle porte della città per sei settimane. Era il 1273.

Si trova nel bel mezzo di questa vicenda intricatissima Edoardo I d'Inghilterra che veniva d'oltremare (quindi anche lui per “via d'acqua”?): era detto “Gambelunghe” o “Martello degli Scotti” (e si torna alla San Pietro forlivese). Il sovrano Plantageneto, rientrando dalla Terra Santa, appena ebbe saputo della morte del padre, accelerò la sua marcia di avvicinamento verso Londra. Una tappa fu, appunto, Forlì.
E qui dimostrò per la prima volta le sue doti di Re, esercitando la sua autorità su due popoli così riottosi come i forlivesi e i bolognesi. Chi la spuntò? Il Monarca inglese tornò a casa allargando le braccia, con le pive nel sacco.
Per colpa dei forlivesi? No. Per colpa dei bolognesi? In parte. Erano, costoro, divisi nelle solite fazioni: i Geremei, guelfi, non potevano vedere i Lamberti, ghibellini. Questi ultimi si erano schierati a fianco dei forlivesi. I Geremei, offesi dal comportamento dei loro concittadini, se ne tornarono sotto le due torri rendendo vana la trattativa del Re; sicché i bolognesi furono apostrofati come “manigoldi, vili, codardi” dagli Ordelaffi.


I forlivesi colorati e la salamandra gigante

Come si diceva welfare prima che la parola anglosassone inquinasse il nostro vocabolario comune? “Benessere” o “politiche sociali”, o “previdenza sociale”, termini che sono stati purtroppo cancellati una decina d'anni fa da chi siede sugli scranni di chi può. E prima ancora? Beh, più che pensare alle parole si guardava ai fatti. Ecco, il welfare forlivese per mezzo millennio fu retto dalle confraternite dei Battuti.

Ispirati alla devozione mariana, a poco a poco, fin dal Duecento, alcuni laici si associarono individuando quali fossero i bisogni dei cittadini: sostenere i poveri, curare gli infermi, accudire gli orfani, provvedere per i meno abbienti. Ecco, in linea con le sette opere di misericordia corporale, per oltre cinque secoli agivano dei forlivesi laboriosi, volonterosi e devoti.
Presero il nome di Battuti per l'usanza, poi abbandonata, di percuotersi durante le processioni. Furono chiamati così fino a tutto il Settecento, perpetuando l'afflizione sublimata con la vocazione caritativa.
Come accadeva anche altrove, in Italia, le confraternite erano dotate di un proprio statuto e amministrate da un priore eletto a scrutinio segreto, i laici erano affiancati da un sacerdote per l'assistenza spirituale. Il priore dirigeva l'ospedale ed era il responsabile dei beni sociali, il massaro (spesso erano in coppia) relazionava sul bilancio ogni due mesi ai confratelli. Le elezioni si svolgevano il 21 dicembre (giorno di San Tommaso) e la dirigenza così poteva insediarsi per l'anno sociale che iniziava il 1° gennaio. Ad acclamazione si sceglievano i guardiani (solitamente dodici) che svolgevano il ruolo di amministratori. Il voto veniva preceduto dal suono della campana della chiesa di pertinenza e si svolgeva presso l'altare con spirito religioso.

In altre città, dal basso medioevo fino all'aurora dell'età contemporanea erano attive confraternite simili; caratteristica di quelle forlivesi, almeno di quelle chiamate “Battuti”, è che sono già presenti nel 1252, quindi precedono il movimento dei flagellanti fondato dall'eremita francescano Raniero Fasani.
E poi ce n'erano ben sei, con colori diversi (Bianchi, Bigi, Celestini o Turchini, Neri, Rossi, Verdi): ognuna di queste sei aveva un proprio ospedale e una propria chiesa. Per "ospedale" s'intende un luogo coperto, con refettorio e una decina di posti letto, e l'assistenza di uno o più medici. A metà del Cinquecento, i diversi ospedali confluirono nella Casa di Dio (quello che poi sarà il “Palazzo del Merenda”, ospedale fino ai primi anni del Novecento e destinato ora a sede della biblioteca). Presenti con costumi pittoreschi alle grandi processioni (come per il Corpus Domini, nel 1485), furono il motore di iniziative solidali: vi facevano parte le famiglie dei maggiorenti ma anche gente comune, in genere, ogni confraternita aveva un centinaio di iscritti attivi.

La celebrazione più grandiosa cui presero parte i Battuti fu nel 1636, anno in cui la città fu decorata con architetture lignee, archi e solcata da carri allegorici suggestivi. Il 20 ottobre di quell'anno, infatti, l'Immagine della Madonna del Fuoco fu traslata nella cappella ov'è ora. L'evento fu celebrato con solenni apparati tra cui le “macchine” dei Battuti. Una di esse era la “salamandra” (anfibio che, per gli antichi, era ignifugo) sotto le sembianze di un enorme varano. Stavano arrivando i Battuti Rossi con quel bizzarro carro allegorico che, muovendosi lentamente e in modo assai naturale, destò un forte stupore tra la gente.

I Battuti Rossi recavano nello stendardo l’immagine della Madonna del Fuoco tra le fiamme a cui San Michele, prostrato a terra, porge la città di Forlì. Erano, forse, i più numerosi e venivano considerati i fedelissimi della Madonna del Fuoco. Si occupavano di cura e accoglienza e avevano sede nella chiesa di San Michele in via dei Mille, oggi detta anche del Buon Pastore.
Lì era anche il loro ospedale.

I Battuti Verdi avevano, nello stendardo, l’effigie di Maria col Bambino che calpesta un grande drago da lei colpito da un fulmine di fuoco. La loro missione era accogliere pellegrini e viandanti, curare gli infermi nell'ospedale ubicato presso la chiesa di Santa Maria della Neve (ora scomparsa) un tempo in via Battuti Verdi.
Nel 1636 portarono la grandiosa “macchina di Sant'Elmo”, nave allegorica guidata da San Mercuriale e San Valeriano.

I Battuti Celestini (o Turchini), nello stendardo, recavano l’immagine di Sant’Antonio Abate in ginocchio davanti alla Beata Vergine assisa in un seggio di nuvole. Loro compito era quello di insegnare un’arte alle zitelle e recuperare per loro una rilevante dote in denaro. Inoltre, si adopravano per istruire gratuitamente i fanciulli. Avevano sede nella chiesa di Sant’Antonio Abate, ora intitolata a San Francesco e situata in corso Garibaldi. Poi si trasferirono nella scomparsa chiesa di San Bernardo, presso il ponte dei Morattini (davanti alla chiesa della Trinità) e alcuni Ordelaffi ne fecero parte.

I Battuti Neri, detta anche Compagnia della Morte o del Corpo di Cristo, avevano uno stendardo nero con il Salvatore resuscitato che calpesta la morte. La loro opera fu importantissima per la città: prelevavano e seppellivano i cadaveri dei giustiziati, degli assassinati per le vie, dei forestieri. A loro appartenne l’attuale chiesa del Corpus Domini in piazza Ordelaffi. Furono loro a seppellire la gran copia di morti del “sanguinoso mucchio” nel 1282.

I Battuti Bigi portavano uno stendardo con San Pietro in atto di leggere un libro. Loro compito era l’ospitalità e la cura gratuita dei pellegrini, delle donne prive di mezzi e dei mendicanti. Avevano sede nella chiesa di San Pietro dei Bigi nella “vigna dell'abate” (di San Mercuriale) tra le vie Nullo e Maceri. Non ne rimane più nulla, se non un isolato del centro da rivedere completamente. Nel 1636 conducevano un carro spettacolare che raffigurava una selva con l'arca di Noè e il monte Oreb con Mosè.

I Battuti Bianchi erano i più aristocratici, sul loro stendardo campeggiava San Sebastiano trafitto dalle frecce. La confraternita aiutava orfani e orfanelle ed erano sostenuti nientemeno che da Caterina Sforza. Avevano sede nell’oratorio di San Sebastiano, a due passi dalla grande chiesa dedicata a San Domenico. Dalla fine del Quattrocento si occupavano anche dei “poveri vergognosi”, cioè dei ricchi caduti in disgrazia e che, ormai in miseria, si vergognavano di chiedere sovvenzioni.
Nella loro lunga storia, queste congregazioni cambiarono destinazione, usanze, sedi fino a scomparire per sempre alla fine del Settecento, anch'esse subirono il colpo dell'occupazione francese.


Da Stoccolma a Forlì: la tappa di una Regina


Cristina di Svezia, regnante nella prima metà del Seicento, fu una donna dalla storia particolarmente interessante, complessa, anticonformista. Dopo aver reso Stoccolma l'Atene del nord, si convertì al cattolicesimo e, per questo e altri motivi, abdicò nel 1654. Nel viaggio d'esilio che l'avrebbe portata a Roma, passò da Forlì e qui le cronache del tempo si prodigano di particolari.
Ad accoglierla, il governatore cittadino Fulvio Petrocci, insieme col legato di Romagna, cardinale Acquaviva. Cosa successe?

Era una notte di novembre quando il rimbombo di un cannone scosse Forlì: le strade erano illuminate con fiaccole e torce di cera bianca alle finestre che formavano archi di luce. Sopra questi “effetti speciali”, ecco i blasoni dell'ex Regina salutata da uno spettacolo pirotecnico: aveva fatto ingresso in città con il suo seguito di 250 uomini e altrettanti cavalli.
I Novanta Pacifici finanziarono una “macchina incendiaria” che voleva rappresentare il fiume Montone. Cristina gradì la scoppiettante sorpresa. Quindi fece i convenevoli di rito, con dame e gentiluomini e passò la notte in città. Città che doveva essere più o meno come quella rappresentata nell'immagine (in realtà, fu disegnata da Coronelli quarant'anni dopo la celebrazione reale), con le mura ben più ampie del centro abitato, con le porte "all'antica", con la rocca di Ravaldino in posizione periferica e il canale che esce con un rettilineo alla Grata, accarezzando la torre del Pelacano dopo essersi confuso tra i vicoli della città. Emerge la sagoma del Duomo con tanto di cupola, in posizione assolutamente centrale. Più marginale è San Mercuriale, con l'ampio campo davanti, ornato, in mezzo, dalla colonna della Madonna del Fuoco che da qualche decennio aveva sostituito la "Crocetta", tempietto sorto per ricordare la battaglia del "Sanguinoso mucchio".

I preparativi furono notati all'alba del giorno successivo: con gran lavorio la grande piazza di Forlì era stata resa ancora più bella, prolungando, per esempio, il loggiato del “pubblico palazzo”. Qui la Regina aveva passato la notte e buona parte del giorno nel più completo sfarzo: ricche mense cariche di “rarissime frutta a dispetto della stagione”, vasellami d'oro e d'argento, musiche e messa in Duomo. L'ormai ex regina, personaggio leggendario del suo tempo, fu quindi incontrata “con treno magnifico” dal cardinal Legato, dai cittadini con “ben quaranta carrozze a sei cavalli”, oltre due compagnie di uomini d'arme e una di gentiluomini a cavallo che facevano da scorta alla sovrana. Finora si è citata, come fonte, la “Storia di Forlì” di Paolo Bonoli.

Lo stesso episodio è descritto anche dal coevo Sigismondo Marchesi che ha lasciato una descrizione un po' criptica di queste “contentezze universali”. Infatti, si trattiene dal dire “alcune particolarità, che per degni rispetti convien tacere”. Eppure dice e non dice, perché poi aggiunge sussurrando di “stranezze fatte a Cittadini e Accademici Filergiti” dal cardinal Legato. Su cosa sia successo, lo storico sorvola, parla solo di “allegrezze” citate in contrasto con la tristezza della morte, avvenuta poco dopo, di Fabrizio dall'Aste. Il Venerabile forlivese fu il fondatore della congregazione degli oratoriani di San Filippo Neri.

La Regina di Svezia sarebbe tornata poi a Forlì, dopo un paio d'anni: una pestilenza aveva infestato mezza Italia ma la Romagna ne fu risparmiata. Di questo secondo transito si sa meno: alloggiò “in casa del marchese Giuseppe Albicini”. Dopo aver già letto, in questa rubrica, del passaggio di Edoardo I Re d'Inghilterra sotto san Mercuriale, un'altra testa coronata sarà accolta nel capoluogo romagnolo.


Una visita agli antichi ospedali

Credo che chi legge ricordi che a Forlì, fino ad almeno il 2004, esistevano due ospedali pubblici. Uno, centrale, il “Morgagni” con i suoi padiglioni cresciuti e costruiti fino a cinquant'anni fa e poi, i più recenti, abbattuti per fare spazio al Campus universitario. Era l'ultima testimonianza di una tradizione sanitaria che aveva individuato la sede, almeno fin dal Settecento, dell'antico ospedale Casa di Dio presso il cosiddetto Palazzo del Merenda in Borgo Cotogni e qui, ancor prima, aveva raccolto le competenze e la buona volontà degli antichi Battuti. Poco al di fuori del suddetto Palazzo, ai primi del Novecento fu iniziata la costruzione dell'ospedale che, con una lunga gestazione, sarà prima dedicato a Saffi e poi, appunto, a Morgagni. L'altro, il già Sanatorio inaugurato nel 1937 nei pressi di Vecchiazzano come struttura per contrastare la tubercolosi, poi fu chiamato "Pierantoni" e adesso è l'ospedale "Morgagni - Pierantoni" perché si è scelta la reductio ad unum. In città, i cartelli stradali ricordavano questa duplice “ospitalità”.
Da decenni esistono note strutture sanitarie private: c'è sempre bisogno di stare bene. I tempi cambiano in fretta, le Unità sanitarie si fondono ma il mondo della salute forlivese ha salde e profonde radici che hanno una dignità di tutto rispetto e una tradizione che meriterebbe - chissà - un corso di laurea all'ombra del campanile di San Pellegrino.

Già si ha un patrono taumaturgo contro i tumori, il Laziosi ghibellino convertito che ancora oggi si festeggia il primo maggio tra banchette accese di giallo e cariche di cedri. Altri religiosi forlivesi hanno avuto un simile carisma. E poi si ha una gran copia di dottori che hanno scritto la storia della medicina. Salta subito in mente Giovanni Battista Morgagni, il "principe anatomico", ma occorre rammentare almeno anche Giacomo della Torre (notissimo in quel di Padova), Girolamo Mercuriali (l'inventore, se così si può dire, della medicina sportiva) e Francesco Padovani. Inoltre, Maurizio Bufalini, di casa a Forlì, fu aggregato alla nobilità liviense ed ebbe incarichi municipali. In tempi recenti si ricorda la feconda attività di Sante Solieri.
I più ricordano le ambulanze della Dam Una Man sbucare fuori con sirene lagnose dagli angusti spazi di piazza XC Pacifici e il Pronto Soccorso in via San Pellegrino Laziosi: non sono passati tantissimi anni, bisogna essere stati nel ventesimo secolo.

Forse non tutti sanno che anticamente c'erano molti più ospedali. Si è già parlato di quelli dei Battuti e della Casa di Dio in Borgo Cotogni. Ma la Forlì medievale era caratteristica proprio per l'alto numero di strutture dedicate alla cura della salute delle persone e all'accoglienza dei più svantaggiati. Destinati a pellegrini e infermi, gli ospedali nascevano sotto una chiara impronta cristiana. Infatti, va ricordato che la città era una tappa per i pellegrini diretti a Roma e quindi sottoposta a un passaggio di genti che poteva avere bisogno di cure. Così è frequente trovarne associati a chiese: si annoverano quelli di Santa Croce, di San Mercuriale, di San Bernardo, di Santa Maria Maggiore (Ravaldino), di Santa Maria in Schiavonia, delle Suore di Santa Maria “de Fundo Plegadici”, di Santa Maria della Ripa, di San Giovanni Evangelista (anche questo era in rione Ravaldino), di Santa Maria in Valverde (idem), dei Santi Sebastiano e Pietro.

Fuori dalle mura, si citano, presso gli odierni Cappuccinini, l'ospedale di San Giovanni in Vico o di Gerusalemme e, sempre fuori porta Cotogni, l'ospedale di Sant'Ellero. Nell'omonima frazione c'era quello di San Martino in Strada.
Oltre la Porta Liviense (prima chiusa poi scomparsa, esisteva tra viale Salinatore e via Battuti Verdi), c'era l'ospedale di San Varano. Risalirebbe al 1454 la prima documentazione dell'ospedale di Santa Caterina oltre porta Schiavonia, quello di Bonzanino poco prima di Cosina, quello di San Cristoforo in Villagrappa, di San Lazzaro (ora lo ricorda una traversa di viale Bologna presso Villanova). Non mancava un ospedale a Villafranca.

Oltre Porta San Pietro c'era l'ospedale dei Santi Vito e Modesto (a Santa Maria del Fiore), quello di San Colombano (detto comunemente Ospedaletto, come l'omonimo quartiere) e l'Hospitale de Sans.
In secoli molto più vicini si ricorda un Ospedale Invalidi fondato nel 1808 dal Conte Domenico Matteucci in rione San Pietro.

L'ospedale forlivese del medioevo era, come detto, molto diverso da come ci si aspetterebbe: la sala principale ospitava una decina di letti con coperte e guanciali di penna, oltre e separato da essa il vano destinato ai moribondi. L'ingresso alla sala principale era generalmente un atrio arredato con qualche seggiolino, una cassapanca e poco più. Una porta conduceva alla sala dei malati, un'altra alla "portineria" dove alloggiava il custode (l'ospitalario).
Non mancano le stanze "nobili" dedicate al priore e ai medici, le cantine, la cucina, uno studiolo, il granaio e il ripostiglio. Niente servizi, cioè niente bagni: a quei tempi le cose andavano così.
Girava di ospedale in ospedale una piccola pattuglia di medici (tre o quattro in tutto) di due tipi: “fisici” e “cerusici”, questi ultimi erano propriamente chirurgi.

Chi se lo poteva permettere si faceva curare in casa. L'ospedale o lazzaretto (per chi legge Manzoni), in buona sostanza, era un luogo per derelitti oppure veniva utilizzato per la quarantena in occasioni di pestilenze. C'era l'abitudine, tra l'altro, che chi vi morisse lasciasse i suoi averi (che evidentemente non dovevano essere cospicui) alla confraternita, all'istituzione o all'ordine da cui aveva ricevuto le cure. Molto spesso, dunque, era l'ultima spiaggia per chi proprio non aveva nessun altro tipo di assistenza.


Sulle tracce della comunità ebraica forlivese

Con la bolla di Paolo IV Cum nimis absurdum del 1555, si istituirono i ghetti come già era avvenuto al di fuori dallo Stato Pontificio, a Venezia, per esempio. Forlì, sotto il controllo papale in modo definitivo dal 1504, si adeguò e, secondo un documento presente nei Consigli generali e segreti del Comune, fu deciso di assegnare agli ebrei residenti in città la via Calcavinazza che da allora si sarebbe chiamata dei Giudei e le strade circostanti, nell'allora Borgo Merlonio. In quest'area si ergeva anche la sinagoga.
Ma la fase del “ghetto” è solo l'ultima di una lunga storia che vide anche la presenza di un'università ebraica a Forlì, attiva fino alla metà del Cinquecento.

Già dal Duecento, infatti, è attestata la presenza degli ebrei a Forlì, come è documentata la presenza di Lelio di Samuele da Verona, medico, filosofo ed esperto di Talmud: qui nel 1280 scrisse l'opera “Ricompense spirituali” e fu medico.
Se si fa risalire una scuola ebraica forlivese al Duecento, la più antica immagine italiana dell'araldica ebraica (1383) proviene da Forlì e si trova in un manoscritto appartenuto a Daniele di Samuele. Nel 1359, inoltre, si segnala uno statuto civico forlivese che testimonia la stabilità della presenza dei banchi ebrei in città.

La città ghibellina, nel Medioevo, concedeva agli ebrei di possedere terreni e fabbricati, consentendo a Forlì di diventare un importante centro di affari. Si segnala, infatti, un importante congresso dei delegati delle comunità ebraiche di Padova, di Ferrara, di Bologna, delle città della Romagna e della Toscana, nonché di Roma, che fu convocato proprio a Forlì il 18 maggio 1418.
In esso si presero decisioni sul comportamento etico e sociale che gli ebrei avrebbero dovuto tenere e si inviò una delegazione a Papa Martino V per la conferma degli antichi privilegi e la concessione di nuovi.
Un passaggio delicato per la comunità ebraica forlivese si ha nel 1488: alcuni congiuranti contro la signoria Riario-Sforza, da poco insediatasi in città in luogo degli Ordelaffi, assalirono due banchi ebrei.
La convivenza con la minoranza ebraica, per altro, si era sempre mantenuta per lo più pacifica anche grazie, appunto, al forte appoggio che gli Ordelaffi concedevano agli ebrei importanti privilegi e possibilità di proficue imprese bancarie.
Con l'arrivo di Cesare Borgia, Forlì cambiò ancora una volta governo e ancora una volta si registrò un saccheggio di un banco, questa volta di Manuele di Borgo Ravaldino.

Alla caduta in disgrazia dei Borgia, e dopo un effimero ritorno degli Ordelaffi, Forlì fu condotta direttamente alle dipendenze della Santa Sede (1504). Nel 1520 è citato l'ebreo forlivese Ventura Giacomo di Fano detto Rizio, nell'occasione in cui presenta, al Consiglio cittadino, la concessione di poter esercitare l'attività di prestatore. Il cardinal Legato ordinò ai consiglieri di rispettare i nuovi banchieri perché, con la loro attività, avrebbero dato aiuto ai cittadini più poveri.
Il 10 maggio 1529 si cita un atto di cessione del banco per il prestito di Vitale da Pisa ad Abramo e Gentilomo.
Il documento testimonia il rapporto di collaborazione tra banchieri ebrei ed autorità cittadine forlivesi e comprende tutti i capitoli che le parti dovevano rispettare. In buona sostanza, si evince che tra ebrei e governanti forlivesi scorreva buon sangue. Tale ipotesi è corroborata da un atto del Consiglio cittadino del 25 giugno 1533 in cui si riporta che, su argomenti di ordine economico, sarebbe stato opportuno sentire il parere dei banchieri ebrei.
La comunità ebraica forlivese continuò a godere di una certa rilevanza nella vita sociale cittadina: aprivano banchi (con tassi d'interesse anche vicini al 20%) ed empori che fornivano possibilità di lavoro per tutta la cittadinanza.
Sul finire del secolo, molti si convertirono al cristianesimo e dal 1593 iniziò l'espulsione della comunità dalla città: la maggior parte degli ebrei forlivesi si trasferì all'estero (a Lugo), allora dominata dagli Estensi.


Indagine sulle chiese di Maria

Tra le parrocchie esistenti entro le mura cittadine tra la metà del XII secolo e quella del XIII, è citata, oltre Santa Maria in Laterano (la chiesa di Schiavonia), anche Santa Maria in Piazza, situata a metà dell'attuale via delle Torri e di cui oggi non resta alcuna traccia. Per quest'ultimo luogo di culto è particolarmente documentata la consacrazione, avvenuta alla presenza del vescovo Rodolfo il primo giugno 1271. L'importanza della chiesa in Platea è fondamentale nella Forlì del Duecento fino ad almeno l'epoca di Caterina Sforza e, forse, nucleo del baricentro urbano medievale.
Ora, al suo posto, c'è la sede forlivese della Banca Nazionale del Lavoro. Nell'estate del 1806, fu infatti dapprima sconsacrata poi utilizzata come magazzino fino a scomparire per sempre.
Entro le mura, ai tempi di Caterina Sforza, invece, troviamo dedicate a Maria le chiese di Santa Maria Assunta (già citata, in Schiavonia), Santa Maria della Neve (i cui ruderi, visibili nel Dopoguerra, furono poi atterrati e la cui area conventuale distrutta nell'ultimo conflitto mondiale, si estendeva dove ora c'è il parcheggio di piazza Montegrappa), Santa Maria Annunziata (la chiesa del Carmine in corso Mazzini), Santa Maria Addolorata (o Santa Maria in Campostrino, o dei Servi, volgarmente detta di San Pellegrino, in piazza Morgagni).
Tra i conventi, invece, spicca il grande Monastero di Santa Maria della Ripa (complesso che per circa un secolo e mezzo è servito da caserma militare): vanta tutt'oggi un chiostro enorme e merita una visita giacché tanto "segreto" quanto suggestivo. Altri luoghi mariani si trovavano in via Battuti Verdi (Santa Maria in Novis), e su corso Diaz (Santa Maria Maggiore, poi Sant'Antonio Abate in Ravaldino).

Una frattura nella storia religiosa della città si ebbe con l’arrivo di Napoleone (1797) e il seguente periodo di dominazione francese. In questo periodo, e con l’Unità d’Italia (1861), scomparvero luoghi di culti antichissimi, cancellati senza troppe remore e di cui oggi rimane solo il rimpianto per un’ingiustificata e tanto frettolosa furia demolitrice.
Tra gli altri luoghi mariani in città, oggi scomparsi, è da considerarsi la chiesa di Santa Maria della Grata, il cui nome tradisce la presenza di una grata posta a protezione dell’immagine di una Madonna, tra le più venerate in città. Qui si potevano ammirare affreschi di Francesco Menzocchi e fu sede della congregazione detta dei 63 preti, le cui regole furono stampate nel 1772. Esistente almeno fin dal 1568, divenne deposito di polvere da sparo durante il passaggio delle truppe spagnole nel 1774. La chiesa fu chiusa durante la dominazione napoleonica quindi fu convertita in mulino e magazzino di legumi, fino a scomparire del tutto nel Novecento.
La Madonna del Pianto era chiamata anche Celletta dello Zoppo perché innalzata nel 1448 da Pietro Bianco, zoppicante da un piede, eremita originario di Durazzo, che fondò pure il Santuario di Fornò. La celletta era collocata in fondo a via Giorgio Regnoli, nei pressi dell’attuale via Fratti. Fu chiusa nel 1806 e Francesco Romagnoli, suo ultimo proprietario, la atterrò.
La Chiesa di Santa Maria della Pace, invece, sorgeva sull’area oggi occupata dalla casa Serughi in corso della Repubblica.
Misteriosa la sua origine, forse presente fin dal 1507 per opera di un eremita che volle edificarla sul luogo dove sorgeva l’immagine della Madonna delle tre Colonne. “Pace”, forse, come attesta lo storico Sigismondo Marchesi, si riferisce a un patto tra guelfi e ghibellini giurato all’interno della chiesa nel 1534. Fu poi retta dai Camilliani fino alla fine del Settecento. Scomparve gradualmente, dopo la dominazione francese, in quanto divenne prima una fabbrica di salnitro e poi trasformata in abitazioni private.
La Chiesa di Santa Maria in Valverde sorse sul luogo di un antico ospedale. La chiesa, di origini quattrocentesche, fu concessa al Terzo Ordine francescano. Ricostruita nel 1530 e consacrata dal vescovo Bernardino de' Medici, fu soppressa in concomitanza con l’invasione napoleonica. Rinacque poi nel 1818 come sede dei Minori osservanti ma ebbe vita breve: nonostante i lavori di abbellimento iniziati nel 1851, con l’Unità d’Italia la chiesa fu soppressa, il convento espropriato e smantellato. Ora, su quel terreno, c'è quello che fu l'asilo Santarelli.
La chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta anche Madonna del Ponte, era sorta dal 1557 come ringraziamento delle numerose grazie ricevute dai devoti. La chiesa venne chiusa durante il periodo napoleonico e poi fu riconvertita in abitazione. Era sull'attuale via Tommaso Zauli Sajani.

È sopravvissuta la chiesetta dove un tempo si trovava la scuola ove avvenne il miracolo della Madonna del Fuoco, la “chiesina del Miracolo” in via Leone Cobelli.
La chiesa della Madonna Addolorata, in via Maroncelli, di origini settecentesche è adiacente al convento del Corpus Domini, al quale è collegato da un passaggio sotterraneo, e a pochi passi dal Duomo. Il campanile è gemello a quello della chiesa vicina.
Risale alla fine del Cinquecento Santa Maria Annunziata, il piccolo oratorio ora laboratorio artistico in via Andrelini noto come “Madonna della tosse”. Probabilmente in tale lunga lista saranno presenti omissioni.



I forlivesi alla prima crociata

Il 17 novembre 1095, papa Urbano II, su sollecitazione delle Chiese d'Oriente, invitò i cristiani ad armarsi per liberare la Terra Santa e Gerusalemme sotto il dominio dei Turchi.
All'appello, insieme ad altri nobili e cavalieri italiani, rispose una ventina di forlivesi. Cognomi che poi sarebbero stati importanti per la vita cittadina: Ordelaffi (Alorio e Faledro), Orgogliosi (Superbo, Argerio, Azzo), Calboli (Raniero e Fulcieri), Brandolini (Tiberio e Sigismondo), Theodoli (Federico). In seguito, si distinguono: Benciversus Corbellus, Aletus Berardus, Didus Brocconius, Berengarius Matius, Mazzonius Alegrettus, Rinaldus Arxendus, Ugonus Marinellus, Carolus Ottorenghus, Timidus Nasparius, Rumagna Surdius, Rusticerius Pelizzarus, Manuzzus Gottus, Nerus Capuccius, Laetus Turpinus.
Questi sono i nomi che riporta lo storico Bonoli il quale, tra l'altro, cita, tra gli armigeri, le gesta di Sigismondo Brandolini che si sarebbe fatto valere in Terra Santa con un "glorioso certame": cioè "non solo si rese vincitore del proprio avversario con rapirgli l'impresa degli scorpioni, ma cooperò alla vittoria di Ottone Visconte, che tolse l'impresa del tortuoso serpente, insegna dell'abbattuto nemico".

Alla spedizione, Forlì parteciperà come Comune pertanto, dopo la presa di Gerusalemme (1099), riceverà il “premio”: potrà fregiarsi della croce nello stemma. Ora troviamo quella croce entro un uovo ghermito dall'aquila nera. Lo sfondo è vermiglio e la croce è argentea. Il rosso deriverebbe dall'origine romana di Forum Livii e su di esso sarebbe stata applicata una croce bianca. Così accadde anche per altri Comuni, come Bologna, Pisa e Genova. Se però Pisa e Forlì conservano la croce d'argento (rectius, bianca) su sfondo rosso, Genova e Bologna hanno i colori invertiti. Forse non si tratta di un caso. Infatti: se la croce è bianca su sfondo rosso è detta “di San Giovanni Battista” e si fa derivare da antiche insegne afferenti al Sacro Romano Impero. Viceversa è più propriamente quella dei crociati, cioè quella detta “di San Giorgio”: sfondo bianco e croce rossa.
Ciò potrebbe significare che, scegliendo la croce di San Giovanni, Forlì volesse rivendicare il suo spirito ghibellino.
In ogni caso, il bianco e il rosso sono i colori che caratterizzano la città tutt'oggi, come tutt'oggi è presente l'uovo crociato tra gli artigli dell'aquila sveva. Questi non insignificanti particolari di "colore" sono testimonianze, a distanza di secoli, anche nel presente di quel lontano passato.

Alla presa di Gerusalemme esplose una grande festa nella città romagnola, si costruì una rocca di legno che servì per giochi e tornei. Dapprima, per finta, fu difesa da alcuni valorosi giovani di buona famiglia, poi fu data a fuoco come metafora dell'impero degli infedeli ridotto in cenere.
Sul campanile di San Giovanni venne frettolosamente acceso un “grandissimo fanale” ma, a causa del vento, s'innescò un incendio sul tetto della chiesa.
La gioia in quel 1099 crebbe quando, alla morte di Urbano II, salì sul soglio pontificio un Papa “forlivese”: Pasquale II, originario dell'alta valle del Bidente. Era stato monaco nell'Abbazia di San Mercuriale.


Chi erano i Novanta Pacifici?

La piazzetta che si apre oltre il voltone del Municipio e prima della torre ciclopica prende il nome di "XC Pacifici", esattamente come la sala sotto la scala del Palazzo Comunale. "XC" in numeri romani sta per "90". La piazzetta, frequentata particolarmente di sera, avrebbe un bel selciato decorato da uno stemma di Forlì che da tempo, per incuria, risulta pressoché cancellato. In attesa che si ripristini, più prima che poi, forse è il caso di raccontare la storia dei Novanta Pacifici, una magistratura scomparsa che per almeno 250 anni ha placato i bollori della litigiosa aristocrazia forlivese.

Se il Quattrocento è un secolo che risulta più avvincente per le vicende cittadine, tra il governo Ordelaffi e quello Riario-Sforza dell'audace Caterina, il Cinquecento appare più piatto e meno ghiotto di bocconi storici. Giulio II, dal 1504, è il primo dei Papa Re che condurranno stabilmente la riottosa città ghibellina a Roma.
Forlì, così, si trovò una provincia nel settentrione di uno Stato che seguiva il corso del biondo Tevere. A medioevo finito, i signorotti locali erano stati normalizzati in qualcosa di più consono all'età moderna ma i dissidi interni non erano certo finiti.
Le famiglie della città, in primo luogo i Numai e i Morattini, perseveravano nell'odio, in nome dell'antica ostilità ormai fuori dal tempo: erano un po' i Capuleti e Montecchi di casa nostra. E altri blasoni al seguito non erano da meno.
Che fare per ricondurre all'ordine?
Non c'erano molte alternative: istituire una magistratura con funzioni principalmente di polizia. È quella del Sacro Numero. Novanta Pacifici ossia pacificatori, appunto. Esperimenti simili non erano nuovi in Romagna, già terra complessa di suo.
Ma a Forlì ebbero un ruolo di primo piano e furono una vera e propria istituzione con ruoli attivi (sebbene con alterne vicende) tra il 1540 e il 1797.

Se i primi decenni forlivesi del Cinquecento furono tutt'altro che tranquilli, a causa, come già detto, delle lotte sanguinose tra Numai, Morattini e rispettivi sodali, una soluzione fu trovata dal Papa inviando come governatore Francesco Guicciardini. Questo nome è noto perché, oltre ad essersi distinto come politico, diplomatico e scrittore, è considerato il progenitore della storiografia moderna. Tuttavia, le liti continuarono. Nel 1539, Paolo III scelse come Presidente di Romagna Giovanni Guidiccioni, altro dotto letterato e vescovo: arrivò a Forlì malvolentieri e subito si trovò in una situazione difficile da gestire. Lamentò l'assenza di Roma e la violenta babilonia romagnola. Occorreva un organo di tutela dell'organo pubblico: così favorì una magistratura ad hoc con sede al pian terreno del Palazzo Comunale. Guidiccioni scelse novanta forlivesi considerati neutrali, buoni cittadini, saggi e distinti. Fu quindi con loro costituita una pia congregazione con lo scopo di sedare le discordie, conservare la tranquillità anche con l'uso delle armi, allontanare i più turbolenti oltre le mura urbane.
Non si tratta, però, soltanto di uomini di buona volontà, ma di una vera e propria istituzione politica con il preciso intento di sbaragliare da Forlì una malattia particolarmente pervicace: la parzialità. Infatti, i Novanta dovevano dimostrare di essere: quieti, non intricati tra i dissidi delle liti intestine, al di sopra di ogni sospetto. Inoltre, si vedrà che il Sacro Numero, la cui iscrizione doveva essere volontaria, seguiva un regolamento abbastanza macchinoso. Il Consiglio rimaneva in carica per sei anni, poi occorreva una nuova elezione. Era l'organo principale del Sacro Numero e qui ognuno aveva diritto di voto espresso con una fava, o bianca, o nera.
Non mancava, infatti, la gerarchia: i sei Difensori della Pace rappresentavano l'organo direttivo del Consiglio, poi c'erano i dieci Consiglieri, il Cancelliere e il Tesoriere.
I Pacifici si dividevano in tre categorie (dette tre borse): i Graduati, i Più degni, i Dei meno. Ogni due mesi si estraeva dalla prima borsa un nome e l'eletto si chiamava Priore dei difensori. Dalla seconda borsa si estraevano due nomi e dalla terza tre: ecco i Difensori della Pace.
Unite la prima e la seconda borsa, si estraevano cinque nomi e così dalla terza: i dieci eletti costituivano i Consiglieri dei Difensori. Come stemma, i XC Pacifici avevano uno scudo crociato incorniciato e incoronato.

Nato come corpo di polizia volontario e influente, il Sacro Numero probabilmente nel corso dei secoli, mutate le esigenze, cambiò fino a diventare un ente meno incisivo.
Vero è che seppe, almeno nel secondo Cinquecento, garantire in Forlì una relativa tranquillità politica e sociale che poi si tradusse in un rifiorire di arti, studi, scienze. Su questa pacificazione si formerà la pittura dei Menzocchi e dei Modigliani, mentre Girolamo Mercuriale pubblicherà i suoi studi sulla ginnastica che lo renderanno famoso nel mondo.
Spiace constatare che oggi nulla, nemmeno un'associazione, nemmeno un gruppo folcloristico, ne ricordi i fasti né il nome. Anche in questo caso fu Napoleone che, al termine dell'età moderna, fece chiudere questa pagina significativa di storia forlivese.


Forlì al tempo delle ciminiere

Oltre a torri e campanili, c'è stato il tempo delle ciminiere. Agli inizi del Novecento, Forlì era tra le prime città industriali d'Italia. Non c'entra, qui, Mussolini. Anzi, Mussolini troverà terreno fertile per le sue attività da giovane socialista proprio perché Forlì era una città industriale di notevole importanza. Nel giro di qualche decennio, dunque, la vita economica della città crebbe a dismisura.

La rivoluzione industriale del Cittadone fa leva su una certa borghesia che aveva trasferito il suo senso pratico e il suo “sbuzzo” dall'agricoltura alla manifattura. Così spuntarono come funghi i camini delle fornaci e, più tardi, le prodigiose centrali elettriche. Inoltre si svilupparono officine meccaniche, fabbriche di biliardi, ceramiche, industrie del legno, chimiche, tessili, concerie di pelli, tipografie, stabilimenti alimentari.
E che dire della fabbrica avviata da Valerio e Pietro Becchi nel 1850 che conobbe fama internazionale con la stufa “a cassettoni” del 1890?

Il grande scheletro dell'Eridania è lì come un fantasma, relitto di un tempo perduto.
Ci sarà qualche contemporaneo borghese “illuminato” capace di finanziare un recupero degno della grande architettura e del parco (potrebbe essere un bosco) che separa il centro da via Gorizia e San Benedetto?
È sparito da un pezzo l'odore dolciastro sputato dalla ciminiera dello zuccherificio; ora, della pregevole testimonianza storica datata 1900, non rimane che lo scheletro.
E pensare che era il più grande stabilimento industriale della provincia (che a quel tempo arrivava fino a Cattolica), occupava un'area di circa sette ettari con undicimila metri quadrati di superficie coperta. Due potenti centrifughe convogliavano l'acqua del canale di Ravaldino con la portata di duecento litri al secondo. C'erano abbastanza sili per quarantamila quintali di barbabietole, così lo zuccherificio di Forlì occupava un migliaio di addetti e produceva centoventimila quintali di zucchero: per quei tempi, roba da primato.
Lì accanto c'era un'altra struttura industriale. La Società d'Industria pel Gas e Fonderia di Ferro, nata nel 1863. Essa diede via a quello che allora era il più importante stabilimento industriale tra Bologna e Ancona.
Si facevano prodotti relativi alla meccanica, caldaie, trebbiatrici a vapore, tubi, pompe, tettoie e altro. Nel 1895, lo stabilimento fu acquistato da Enrico Forlanini (ne rimane la palazzina ora sede di un istituto bancario lungo viale Vittorio Veneto). L'area Forlanini, connessa con la linea ferroviaria Bologna-Ancona e la linea tranviaria Forlì-Ravenna, ha cambiato totalmente aspetto con l'avvento del ventunesimo secolo. Ora vi si trovano esercizi commerciali e un albergo.

La diffusione dell'allevamento del baco da seta diede il la alla costruzione delle filande cittadine. Si può citare, tra esse, la Filanda Maiani che, benché oggi destinata ad altri usi, ha conservato un aspetto simile all'originale. Un salto nel tempo farebbe scoprire, all'interno dello stabilimento tra via Orto del Fuoco e via del Portonaccio, centinaia di giovani donne alle prese con bacinelle e turni di lavoro proibitivi. Spianata la più giovane delle “antiche” fabbriche: la Mangelli, il cognome aristocratico dà ancora il nome a un'area che ha conservato una ciminiera ridotta a mozzicone di sigaro e la palazzina su piazzale del Lavoro. Stava a Forlì come a Torino la Fiat: duemila e più maestranze, aria “pesante” che ammorbava i viaggiatori in treno e tanto lavoro a due passi dalla stazione.
Negli anni Ottanta erano ancora intuibili le tracce delle rotaie che raggiungevano la fabbrica, fino a pochi anni fa i fabbricati abbandonati stavano in piedi. Ora ci sono condomini e un centro commerciale. Scomparsa del tutto la Bonavita: l'edificio storico è stato sacrificato per la barcaccia e il parcheggio di piazza Guido da Montefeltro. L'architetto romano fece atterrare la ciminiera con l'accordo della Giunta e col rammarico dei cittadini. La demolizione cancellò una storia importante: con la diffusione dei fucili da caccia a retrocarica, Leonida Bonavita pensò di confezionare dischetti di feltro per le nuove cartucce a pallini. La fabbrica antica nacque, prima e unica in Italia, nel 1888 ed era divisa nei reparti “feltro” (per coperte e pantofole), “borre” (per le cartucce), “dischi” (per la pulitura di diverse superfici), “buffetteria” (articoli in tela, feltro e pelle di vario genere).
Ritroverà, Forlì, il dinamismo di quel tempo?


Giocando nel chiostro scomparso

Con l'Italia di fresco unita, la città si pose all'avanguardia per quanto riguarda l'educazione dei più piccoli. Nel 1862 nacque l'Asilo che poi sarà chiamato Santarelli, la più antica istituzione simile in Romagna.
Il sindaco, conte Pellegrino Canestri Trotti, accolse una donazione di Vittorio Emanuele II e così si aprì una pagina nuova per l'infanzia forlivese.
Tra gli azionisti: il Comune, la Congregazione di Carità e la Cassa dei Risparmi. Poi la Giunta invitò i cittadini a favorire sovvenzioni con la partecipazione dei quattro rioni del centro storico.
Ora, visto che è evidente che l'attuale struttura è una traccia del razionalismo, quindi posteriore di settant'anni rispetto alla fondazione, dov'era, in origine, l'Asilo?

Fatta eccezione dei primissimi anni, è sempre stato in via Caterina Sforza. Al posto dello stabile su cui ci sono progetti di recupero e altre destinazioni (biblioteca moderna?), caratterizzato da un ampio porticato d'ingresso, davanti al quale campeggiavano (da qualche anno non ci sono più: in restauro?) le teste scolpite di Apelle e Antonio Santarelli, la cui eredità equivale in buona parte all'Asilo stesso, c'era un complesso conventuale di tutto rispetto.
Visto che fu smantellato, cioè demolito, nella prima metà degli anni Trenta, ci sarà ancora qualcuno in vita che ricorda com'era.
Era il chiostro della chiesa francescana di Santa Maria in Valverde, simile, sebben minore, a quello che tutt'ora esiste alla Ripa: colonne ottagonali in mattoni, capitelli tozzi ed essenziali, una panoramica austera e sobria, cioè francescana.
Si sa che nel 1438 la chiesa fu affidata ai frati del Terz'ordine regolare di San Francesco ed ebbe una vita prospera ma travagliata, tanto che oggi, su via Caterina Sforza, non è neppure immaginabile. Se non per l'odonomastica: la via Valverde costeggiava il convento. Probabilmente la “valle” era la riva del canale che scorre sotto l'asfalto.
Tra gli episodi salienti della chiesa vi fu la permanenza e la morte del beato Geremia Lambertenghi (1513). La chiesa antica fu poi ricostruita nel 1530, spogliata e sconsacrata negli anni di Napoleone, quindi fu assegnata ai frati Minori osservanti e riconsacrata nel 1819. Nonostante che nel 1851 fossero iniziati lavori di recupero, restauro e abbellimento del luogo di culto già notevole da un punto di vista artistico, con l'Unità d'Italia fu definitivamente soppresso (come altre chiese oggi purtroppo scomparse) e il convento fu espropriato. Così divenne asilo.

A differenza dello speculare “asilo per anziani” dal lato opposto di via Caterina Sforza che sostanzialmente ha conservato ciò che rimaneva dell'antico complesso di San Salvatore in Vico, del convento francescano di Valverde non rimane una pietra.
Già dichiarato poco funzionale e scarsamente igienico negli anni Venti, fu integralmente raso al suolo e ricostruito grazie a cospicue donazioni. I lavori iniziarono nel 1934: per la progettazione dell’edificio fu indetto un concorso, vinto dall’ingegnere Guido Savini, la cui proposta venne scelta direttamente da Benito Mussolini. Fu quindi inaugurato due volte: da donna Rachele (il 6 novembre 1937) e addirittura dalla Regina Elena (il 26 ottobre 1938). Sua Maestà, in particolare, non fece una visita affrettata, ma si soffermò su gran parte dei locali dell'Asilo ascoltando alcuni canti dei bimbi accompagnata dal Consiglio Direttivo, dalle Patronesse-ispettrici, dalle Autorità cittadine. Come per riprendere l'antico chiostro spazzato via senza troppe remore dal piccone novecentesco, la struttura è organizzata intorno a una corte racchiusa da un portico e su tre lati dagli edifici.
Grande attenzione fu data alla luce: le aule sono orientate a sud-est, si affacciano sul giardino e possono godere della massima illuminazione naturale. I diversi blocchi sono disposti in modo asimmetrico e hanno entrate indipendenti. L'interno è arricchito da decorazioni di Francesco Olivucci. Negli anni della guerra fu smantellata la cancellata di ferro per essere sostituita con materiale autarchico, in seguito si iniziarono a sistemare locali sotterranei in previsione di bombardamenti aerei. Il giardino dell'asilo, l'anno successivo, divenne un orto per ordine del Prefetto. Negli anni più foschi fu requisito dai tedeschi e, dal novembre del 1944, occupato dai polacchi. Grazie a donazioni, tornata la pace tornarono i bimbi e così fu fino all'estate del 2012.


Forum, dove sei?

Forlì, si sa, è una città enigmatica. Adesso va di moda il Novecento, in realtà è abitata da 800 mila anni (se si pensa ai ritrovamenti di Monte Poggiolo). Ora, il Museo Archeologico è chiuso almeno da due decenni (tra l'altro, nel 1996 la città fu sede di un importante congresso internazionale sulle scienze preistoriche e protostoriche) e per alcune stagioni si proiettava una rassegna cinematografica a tema, cosa che poi non si è più ripetuta. Auspicando di poter rivedere di nuovo e a breve le preziose collezioni antiche che raccontano storie millenarie, occorre forse far luce su cosa fosse Forlì millenni fa.

La città, per così dire già centro abitato prima che gli uomini potessero dirsi sapientes, cambierà forma nel tempo, seguendo le anse del Rabbi e del Montone. La via Emilia fu tracciata nel 187 a.C. e a questa data si dà per certo che Forlì, almeno in quanto Forum, esistesse già. Nella civiltà romana, il Foro era il punto d'incontro ufficiale dei cittadini di tutti i territori della Repubblica e poi dell'Impero: lì essi si recavano per partecipare o assistere agli affari politici, amministrativi ed economici che riguardavano la comunità di cui facevano parte. Tribunale, mercato, luogo di culto, terme, teatro: ci poteva essere un po' di tutto per edificare anima, corpo, coscienza, vita politica, economia.
Forse già presente in epoca etrusca come Ficline perché “città di vasai” (con buona pace di Faenza), l'urbe antica continua a mantenere una coltre di mistero. Sul confine dei territori dei Galli Boi e dei Senoni, fu a poco a poco romanizzata. Nomi e meriti se li è presi Livio Salinatore, uno dei Livii fondatore della città romana. La mancanza, però, di tracce consistenti della Livia sono imputabili a due cause principali: l'idrografia davvero complessa e mutevole (sia per natura sia per mano dell'uomo) e il passaggio della via Emilia che, appunto perché comoda arteria di comunicazione, è stata anche luogo di scorribande, invasioni, cambiamenti, contaminazioni.
Quindi, se a Roma il Foro è ancora “alla luce del sole”, a Forlì è stato ingoiato dal tempo e rimane nascosto. Ma dove sarebbe esattamente?

Se gli storici antichi amavano soffermarsi su ricostruzioni suggestive e anche fantasiose, separando un Castrum (Livia) verso i Romiti e un Forum (Livii) più o meno in zona Trinità, resta il fatto che in merito ancora non vi sono risposte definitive.
Scavi (per esempio in via Curte) hanno evidenziato la presenza di ricche domus, degne più di una Civitas che di un semplice Forum. Infatti, divenne più avanti Municipium (non stiamo qui a scandagliare le differenze tra i vari “enti locali” del tempo) popolato dalla tribù Stellatina e con un territorio di sua pertinenza che comprendeva anche Mevaniola (Galeata) e Forum Popilii (Forlimpopoli). Gli storici antichi, peraltro, raccontano di una distruzione della città che poi sarebbe stata ricostruita grazie anche a Livia, moglie di Augusto, secoli dopo.
I romani, amanti del diritto e delle infrastrutture, adattarono così un centro abitato lungo quella che stavano per chiamare via Emilia. Un pettine di strade si articolava attorno al Foro. Il decumano massimo era la via Emilia, probabilmente da intendersi come via Maroncelli e delle Torri, il cardine massimo proveniva da Malmissole e arrivava a piazza Melozzo per seguire le vie Lazzarini e Battuti Verdi. Che la piazza Melozzo fosse il Foro non c'è certezza, anzi, le ipotesi si moltiplicano. Infatti, pare che la città romana fosse una stretta fascia tra Porta Schiavonia e il porticato del Municipio, dove scorreva uno dei fiumi di Forlì scavalcato dall'antichissimo Ponte dei Cavalieri, altro limite era corso Garibaldi e, verso Ravenna, poco oltre il decumano individuabile, come detto, in via delle Torri.
Oltre a queste aree si estendevano necropoli (particolarmente vasta quella tra le vie Albicini e via Zauli Sajani) e impianti produttivi (specialmente fornaci).

C'erano, ovviamente, anche templi: si sa che a Forlì ne esisteva almeno uno dedicato a Giove Ottimo Massimo, con il titolo di Obsequens e Victor o Vector (quest'ultimo, nelle prime colline). Sotto via Giove Tonante ci sarebbe un edificio a carattere religioso. Era venerata anche Giunone Regina insieme con le Parche. E perfino Bes, riconducibile al culto di Iside.
C'è chi pensa che il Foro fosse più o meno sotto l'attuale area del convento della Ripa. Interessante, non a caso, è la “forcola” tra corso Garibaldi e via Giovine Italia, una deviazione un tempo lambita da un fiume che va a costituire un curioso poligono, se visto dall'alto: che sia una riproposizione di un'antica basilica (in senso romano) accanto alla più recente chiesa della Trinità? Tuttavia è probabile che il fulcro urbano fosse tra le vie delle Torri, Mameli e Pisacane, zona che fino al medioevo era chiamato Platea. Chi si poteva incontrare nel Foro? Grazie alle iscrizioni, conosciamo i nomi di alcuni antenati: tra cui Ambivia Pola, Anneius Rufus, Aruntius, Augurinus, Quintus Sextilius Barbula, Livia Pola, Grasidia, Saturnina, Rubria Tertulla, Purtisius Atinas, Varius Fortis, Vinicia Moschis. In particolare, di Rubria Tertulla, morta ventenne, si nota una certa fierezza di essere vissuta a Forlì, così, infatti, si legge nell'incipit dell'iscrizione funeraria: Livia me tellus genuit geminamque sororem, cioè "La terra Livia nutrì me e mia sorella gemella".


Che fine hanno fatto le mura di Forlì?

Il 1 luglio 1904 Forlì entra nel Novecento. Come? Segnando una netta cesura col passato. Tra un pacchetto per uscire dal secolo precedente, un passaggio fu ed è piuttosto controverso: l'abbattimento delle mura. In seguito alle riforme daziarie Forlì divenne “città aperta”, quindi porte e barriere non servivano più. Anzi, l'urbe voleva scavalcarle, voleva ingrandirsi.
La conseguenza del provvedimento approvato dalla Giunta repubblicana, con l'occhio di chi allora lo volle, fu visto come “un vantaggio economico non indifferente”, ma soprattutto venne notato “l'alto significato liberale e civile”, cioè: “le secolari barriere, triste avanzo del Medio Evo, sono state abbattute per sempre”. Il lavoro fu davvero certosino, tanto che ora non è facile trovare avanzi di mura, non n'è stato lasciato in piedi nemmeno un tratto integrale a mo' di esempio.

Il che non fu facile: si trattava di un esagono dal perimetro di cinque chilometri. Parte dei mattoni finì a edificare il torrione dell'acquedotto in uno stile aggraziato e finto medievale, poi atterrato dall'ultima guerra, molto più appropriato dell'attuale anonimo nei giardini accanto alla Rocca di Ravaldino. Il provvedimento fu aspramente criticato dalle opposizioni, in particolare dai liberali moderati e dai cattolici. Sul giornale La Voce della Libertà si leggeva: “A chi giri intorno alla nostra città par di assistere ad uno spettacolo quasi simile a quello di una città bombardata. Le nostre mura, cui si collegano avvenimenti e vicende consacrate nella storia patria, senza alcuna pietà sono state del tutto flagellate. Si dette mano al piccone demolitore, senza prima aver escogitato un piano stradale di assestamento. Non comprendiamo quale imperiosa urgenza sospingesse tanta ira contro innocue mura!”. Infatti: “Se intento era di facilitare la viabilità, lo scopo si conseguiva egualmente senza che avvenissero tanto sfacelo e tanta dispersione di materiale, aprendo comunicazioni là dove si manifestano necessarie”. In realtà, all’occhio di chi scrive “le mura (si può dire) sono rimaste alla mercé della ragazzaglia e di chi ne voleva trarre profitto”. In poche parole, chiunque poteva rubar mattoni. Senza lungimiranza, tra l’altro, in quanto: “Si è proceduto con deplorevole noncuranza, si è, infatti, impreso a demolire e non si è provveduto a dar sesto alla parte di muro che veniva lasciata come difesa per la viabilità, in guisa che lo spirito dei vandali paesani si esercita man mano abbassando l’altezza della muraglia, ed in alcuni luoghi facendo pericolose aperture”.
E, infine, la critica politica: “Molto danaro è stato speso nella infelice demolizione e poco deve il Municipio averne ritratto nella vendita del materiale”. Si noti che le medesime considerazioni erano state tratte anche dal Lavoro d’Oggi, d'ispirazione cattolica: “Non si vede però l’urgenza di una demolizione completa. In alcuni punti della città p.e. sul fiume, è quasi impossibile. In altre parti porterebbe come conseguenza tanti altri lavori, che il bilancio non permette di affrontare. Basterà bene aprire alcuni punti. Ad ogni modo il materiale non paga neppure la spesa della demolizione”.

Insomma, è andata com'è andata, e oggi cosa ne rimane? Sostanzialmente, il percorso dei viali di circonvallazione che più o meno seguirebbe fedelmente l'ultima e definitiva cerchia muraria completata da Caterina Sforza. Pochissimi i tratti in alzato superstiti, e nemmeno poi così valorizzati né tantomeno conosciuti. Fatta esclusione del complesso della Rocca di Ravaldino e della Rocchetta di Schiavonia, i superstiti sono da cercare in via del Portonaccio (tratto di mura con guardiola quadrata), dalle parti di via Enrico Forlanini (rudere della torre del Pelacano), in viale Salinatore (torre dei Quadri o del Giglio sulla riva del Montone), in via Porta Cotogni (tratto di mura riutilizzate per la costruzione dello sferisterio). Un “muretto” scorre anche nel parco del Campus universitario, forse è ciò che rimane di un tratto antico. Altri frammenti sono presenti presso giardini privati.

Le mura erano in mattoni, spesse in media un metro ma anche quasi il doppio.
Sopra il piede a scarpata, si alzavano verticali per almeno cinque metri e terminavano con merli a coda di rondine. All'interno correva un terrapieno, all'esterno un fossato.
Vi si aprivano quattro porte: Schiavonia (occidente), Ravaldino (mezzogiorno), Cotogni (oriente), San Pietro (settentrione). Un'ulteriore, la Valeriana o Liviense, fu murata già in epoca remota.
Le mura erano rinforzate con quarantasei torri-guardiole a base rettangolare o circolare. La cerchia abbattuta nei primi anni del Novecento era la più recente della storia della città in continua espansione. Iniziate da Antonio Ordelaffi nel 1438, le mura furono concluse in fretta e furia da Caterina Sforza nel 1499, col fiato del Duca Valentino sul collo.

Altri tratti di laterizio che si possono notare lungo i viali di circonvallazione (parcheggio di piazza Montegrappa, viale Vittorio Veneto e viale Italia, e viale Salinatore) non si riferiscono alle mura propriamente dette, ma è ciò che rimane dei muri delimitanti complessi conventuali ora scomparsi.
Il primo apparteneva a Santa Maria della Neve, poi Distretto militare, quindi azzerato dai bombardamenti e “ripulito” da ciò che ne restava nel dopoguerra. Il secondo, mozzato da viale Italia e dalla rotonda obliqua, conchiudeva Santa Chiara.
Su viale Salinatore, all'altezza della “Fabbrica delle candele” corre un muro, ma anche in questo caso non si tratta della cinta urbana, collocata dal lato opposto della strada.
Con grande rammarico, si può constatare che se gli amministratori di allora fossero stati meno “alla moda”, oggi Forlì avrebbe una cerchia muraria decisamente importante e una delle più ampie a livello nazionale.


Forlì e i dodici Papi

Forlì, città ghibellina per antonomasia, nella sua storia ha ospitato almeno dodici Pontefici.
L'ultimo della lista è (per ora) San Giovanni Paolo II che trent'anni fa fu acclamato in città, momento importante della storia urbana di cui molti conservano il ricordo.
Si apprende del passaggio probabile di almeno altri due: Nicolò V (860) venne in Romagna per sedare i soliti dissidi interni, Adriano III poco prima di trovare la morte nel modenese nell'885. E chissà quanti altri saranno transitati da qui. Non si può non citare Pasquale II (eletto nel 1099) che fu a Forlì, se non come Papa, come monaco vallombrosano tra Fiumana e San Mercuriale e, tra l'altro, era originario dell'alta valle del Bidente. Senza contare un cardinale forlivese, Fabrizio Paolucci, che per un soffio Papa non fu: papabile più forte per ben due conclavi (1721 e 1724) gli fu impedito il soglio di Pietro per il veto dell'Imperatore d'Austria (allora poteva andare così). Il cardinale forlivese, comunque, ricoprì incarichi importantissimi a Roma e grazie a lui Forlì ebbe il palazzo della Missione (ora della Provincia) e il palazzo Paolucci de Calboli a due passi dall'Abbazia di San Mercuriale.
Quali altri Pontefici soggiornarono in città?

Martino V fu a Forlì sabato 18 febbraio 1419. Entrò in città di sera, con cinque cardinali e alti prelati, attraversando Porta Schiavonia.
In Duomo benedisse il popolo entusiasta e, uscitone, salì a cavallo precedendo il tabernacolo che conteneva il Santissimo circondato da ceri accesi e da sei cavalli bianchi. Giunse in piazza (ora Saffi) dove fu acclamato dalla folla con rami d'ulivo.
Il Palazzo (ora Municipio) era adornato con drappi bianchi e rossi e qui, in una camera con stoffe d'oro, riposò. Il giorno dopo ricevette Lucrezia, moglie di Giorgio Ordelaffi, e seguì la cerimonia del baciapiede che, per la folla, proseguì fino a sera. All'imbrunire, Giorgio Ordelaffi ricevette la benedizione papale e quindi fu legittimato a governare Forlì. Lunedì si affacciò per guardare dall'alto il mercato, il più fornito della Romagna, e il giorno dopo, alle undici, si sporse ancora dal Palazzo con una croce per benedire una folla di diecimila persone. Ripartì poche ore dopo alla volta di Castrocaro, per raggiungere Firenze ove non sarà accolto con altrettanto calore.

Giulio II visitò Forlì dal 9 al 17 ottobre 1506 e il 25 febbraio 1507. Dal 1504 si poteva considerare “Papa Re” in quanto lo Stato forlivese fu assorbito da quello Pontificio. Così, con 18 cardinali e cinquecento cavalieri, visitò i suoi nuovi dominii. Durante la prima permanenza, il Santo Padre entrò dal ponte del Ronco dove fu acclamato da numerosi giovani. Cavalcava una mula bianca finemente adornata preceduta dal Santissimo Sacramento in una preziosa teca protetta da un panno d'oro. Fu ricevuto a Porta Cotogni dai maggiorenti che gli offrirono le chiavi della città ma egli le rifiutò con dolci parole. Raggiunse la piazza sotto un baldacchino al suono di campane, trombe e pifferi. Un'ampia porta posticcia fungeva da arco trionfale per l'ingresso in piazza: porta che si aprì all'arrivo della processione e si chiuse una volta terminata. Quindi il Papa ascoltò alcuni versi poetici in lingua forlivese, in seguito il corteo proseguì verso la Cattedrale. Dopo la messa, fu portato sulla sedia gestatoria nel Palazzo dove fu alloggiato nella camera delle ninfe. Soldati, corte e cardinali furono distribuiti tra conventi e famiglie aristocratiche. Visitò più volte la Rocca di Ravaldino. Il giorno 14, in forma solenne, la cittadinanza forlivese giurò fedeltà al Papa. Il 17, però, nonostante tutto l'apparato di sicurezza, qualcuno rubò baldacchino e preziosi paramenti d'oro.
Giulio II tornerà a Forlì l'anno successivo ma questa volta quasi in forma privata: tra i luoghi visitati, la Rocca e Fornò.

Clemente VII onorò Forlì con la sua presenza due volte: il 25 ottobre 1529 (andata) e il 1° aprile 1530 (ritorno). Era una delle tappe in vista dell'incoronazione di Carlo V.

Paolo III transitò a Forlì nel 1541. Di questo passaggio rimangono documenti che testimoniano quanto il Papa stimasse la neonata magistratura dei Novanta Pacifici di cui promosse l'attività di pacificazione tra le opposte fazioni che allora dilaniavano non solo Forlì, ma tutta la Romagna. Pochi anni dopo sarebbe iniziato il Concilio di Trento.
Clemente VIII entrò in città nei primi giorni di dicembre del 1598 da Porta Schiavonia con prelati, cavalieri e fanteria preceduti dal Santissimo Sacramento. L'accoglienza all'ingresso della città fu data dalle autorità locali e da dodici fanciulli vestiti di damasco bianco che agitavano rami d'ulivo argentati. Furono offerte le chiavi della città ma il Santo Padre le restituì in quanto certo della fedeltà dei forlivesi. Quindi procedette in lettiga verso il Duomo, accolto da folla festante e archi costruiti in suo onore.
Dopo la messa di ringraziamento, si recò a Palazzo per la cerimonia del baciapiede.
Partì da Forlì il 3 dicembre: si fece condurre alla Porta di Ravaldino da una mula bianca e concesse il titolo di cavaliere ai giovani che l'avevano servito. Quindi raggiunse Meldola, Forlimpopoli e tornò a Roma.

Pio VI, romagnolo, fu nelle vesti papali a Forlì il 7 marzo 1782 per venerare la Madonna del Fuoco. Due anni dopo, concesse una messa e un ufficio propri per la Patrona.


Pio VII, altro romagnolo, venne a Forlì il 15 aprile 1814. Era notte: ricevette, a Porta Schiavonia, l'omaggio del prefetto e del podestà. Le campane suonavano a festa, un ingente numero di persone accorse arrampicandosi perfino sugli alberi e scavalcando siepi pur di essere il più vicino possibile alla carrozza. Ci fu chi staccò la vettura dai cavalli per tirarla a mano fino al Duomo solennemente apparato. Accolto dal Vescovo, si diresse sotto il baldacchino verso la cappella della Madonna del Fuoco.
In piazza c'erano trentamila persone e il Papa entrò a Palazzo tra acclamazioni e applausi. Fu una visita veloce ma spettacolare: di notte la città era così illuminata che sembrava giorno. Per il clamore suscitato, il podestà Antonio Gaddi (marito di una nipote del Pontefice), agli sgoccioli dell'epoca napoleonica, mutò il nome di Borgo Cotogni che così divenne Borgo Pio, e l'attuale piazzale della Vittoria fu chiamata piazza Pia. Sul luogo dell'incontro del Papa con le autorità cittadine era stata costruita una celletta dedicata a Maria del Divino Amore. Fu in piedi fino agli anni Sessanta (del Novecento), quando venne abbattuta per far spazio alla pista ciclabile (sic!) e ricostruita in stile moderno un po' più all'interno rispetto al bordo stradale.

Dal 3 al 5 giugno 1857 fu a Forlì Pio IX.
Il suo arrivo fu salutato dal fragore dei cannoni e accompagnato dalle bande cittadina e svizzera. Entrò da Borgo Pio, e anche in questo caso la gente era stipata in ogni dove. Le autorità scortarono il Papa fino al Duomo (in piedi sulla carrozza a capo scoperto). Dopo la messa, a piedi si recò nel Palazzo dal cui balcone si affacciò e il popolo ricevette la benedizione a capo chino.
In piazza fu collocato un “tempio della pace” con oltre trecento lumi, struttura creata per l'occasione e smantellata subito dopo.
Il giorno successivo, accortosi che l'altare del Duomo era di legno, s'impegnò a procurare per Forlì un altare più appropriato, in marmi di Roma, cosa che avvenne nel 1860.
Fu ospite di conventi ed enti assistenziali, quindi accolse tanta gente desiderosa di parlare. Il Pontefice non prese parte al pranzo ufficiale di Stato perché preferì mangiare da solo. Per la seconda sera forlivese, dopo la cerimonia del baciapiede, si accese una macchina di fuochi d'artificio particolarmente spettacolare.
Il 5 giugno era all'ospedale (Palazzo del Merenda) per visitare gli infermi. Il bilancio della visita, proprio per l'accoglienza calorosissima, fu straordinario e fu l'ultima volta di un Papa a Forlì fino al 1986 e l'ultima come sovrano dello Stato Pontificio.


I dieci anni che sconvolsero la piazza

Piaccia o no, Forlì non può prescindere dalla sua piazza. E per “piazza” (così i forlivesi indicano genericamente il centro storico per sineddoche), qui s'intende quella che è dedicata al triunviro della repubblica romana: Aurelio Saffi. Con i suoi quasi 130 metri di lunghezza e poco meno di 90 di larghezza, è sul podio tra le piazze centrali più vaste d'Italia. Nel corso della storia è stata di tutto: necropoli, campo, teatro di sanguinose battaglie, luogo di mercato e di trattative di vario genere, cuore di iniziative religiose ma anche di esecuzioni dei vari signori di turno, salotto della città a via a via rimaneggiato, un tempo più vissuto, oggi spesso negletto.
Più di otto secoli sono passati da quando il terreno, allora ai margini della città, fu concesso per uso pubblico pur mantenendo per secoli il nome di Campo dell'Abate (nome che magari un giorno, in un impeto di creatività controcorrente, potrebbe essere ripristinato). Poi divenne, in modo più anonimo, piazza Maggiore, in seguito dedicata a Vittorio Emanuele II, quindi, negli anni Venti, perse il titolo “regale” per chiamarsi "Aurelio Saffi", grande forlivese con quel cognome che fa rima con gli antichi Ordelaffi. Salvo una parentesi anglofona: St. Andrew square nei giorni della liberazione, la piazza tornerà poi “Saffi”. La sua statua pensosa è al centro del grande trapezio, ma prima vi era la colonna della Madonna del Fuoco, e prima ancora, più decentrata, la “Crocetta”.

Nelle cartoline di un tempo la si vedeva parcheggio, nei giorni giacobini vi si innalzò l'albero della libertà, oggi fa discutere l'albero di Natale.
La piazza è monumentale ed eterogenea, un campionario di secoli e stili.
Nel corso del tempo ha subito numerosi cambiamenti pur rimanendo sempre riconoscibile anche grazie al campanile di San Mercuriale, più antico della piazza stessa.

Il lato che ha subito più modifiche, però, è quello che, negli anni Trenta, ha visto sorgere il palazzo degli Uffici Statali e il palazzo delle Poste. In questi pochi anni, furono sacrificati edifici d'importante valore storico. Al loro posto, a differenza di quanto avvenuto con la fretta e la furia del dopoguerra, ci sono costruzioni altrettanto importanti dal punto di vista architettonico. Tuttavia si è perso molto. Da dove nacque questa smania di stravolgere la piazza?

Fu Mussolini in persona che sollecitò più volte l'avvio del “piccone” e seguì sempre lo svolgimento dei lavori, anche quando i vincoli architettonici avevano espresso parere contrario. Più bianco travertino meno rosso mattone, insomma: sorsero il palazzo delle Poste con le due torrette laterali in simmetria al paio di aquile sulle colonne, quello degli Uffici Statali (anch'esso con torretta, danneggiata dalla guerra e mai più ricostruita).
Per finire, il chiostro di San Mercuriale venne “aperto” come per ricordare che la giustizia osserva chiunque (il Tribunale).

La “piccola Roma” prese forma dal 1931 e sarebbe stata completata a firma dell'architetto Cesare Bazzani.
Dieci anni che avrebbero stravolto l'aspetto della piazza, conferendo la monumentalità da “città del duce”. I primi palazzi ad essere sacrificati furono quelli della cosiddetta “Isola Castellini” (i palazzi Pantoli, Rolli, e abitazioni contigue). Il palazzo Pantoli risaliva alla fine del Settecento e aveva alcune stanze affrescate da Felice Giani, il palazzo Rolli sorgeva sulla residenza del medico Girolamo Mercuriali, al piano terra aveva sede l'Ufficio telegrafico.
La cosiddetta "Isola Castellini", rendeva la piazza più piccola di com'è ora, avendo il fronte più avanzato rispetto all'attuale palazzo delle Poste.
Trovato il finanziamento (2.500.000 Lire) al ministero delle Comunicazioni, Mussolini così scriveva al Prefetto di Forlì:
“Mi dica esattamente quanti sono i negozi e quanti gli inquilini che dovrebbero sloggiare per il nuovo palazzo delle Poste”.
La risposta, giunta il giorno successivo, era la seguente: 51 famiglie e 18 negozi.
La fretta di Mussolini era dovuta al fatto che voleva inaugurare il palazzo in occasione del decennale della marcia su Roma (28 ottobre 1932). Dopo gli espropri, iniziarono le demolizioni e la costruzione del nuovo edificio fu affidato alla ditta Benini con 130 operai. I lavori furono eseguiti in tempo: come desiderato dal duce, all'anniversario della marcia su Roma fu inaugurato l'edificio.

Più complessa la genesi del palazzo degli Uffici Statali. Infatti, l'area da sacrificare sarebbe stata quella all'imbocco di corso Mazzini e via delle Torri, detta “Cantone del Gallo”. Era un isolato abitato da ricche e influenti famiglie cittadine, inizialmente vi avevano dimora i Numai, quindi i Montanari, i Valdesi e i Pantoli. In particolare i primi volevano realizzare il massimo possibile sugli espropri ma, nonostante le amicizie con parenti stretti del duce, le trattative non andarono come avrebbero sperato. Inoltre, c'erano commercianti poco disposti a traslocare e, problema dei problemi, l'austero palazzo Baratti per il quale vi erano vincoli artistici posti dal ministero dell'Educazione nazionale.
Questo palazzo rappresentò un vero cruccio per Mussolini che, di tanto in tanto, passava da Forlì e lo vedeva sempre in piedi. Il duce si era interessato di persona, tramite il ministro dei Lavori Pubblici (Di Crollalanza) suggerendo “l'assoluta necessità” dell'abbattimento del vecchio edificio per far spazio a uno nuovo con uffici, portico e negozi. Era il luglio del 1934. Il ministro tentò invano di far capire al Capo del Governo che, per motivi artistici, era impossibile la demolizione. Mussolini però a settembre, ripassando da Forlì, scrisse: “ho visto il cosiddetto palazzo Baratti ancora in piedi. Se necessario come sembra rinnovate gli ordini per demolirlo senza indugi”. Svanirono i vincoli e iniziarono gli espropri. Fu, anche in questo caso, coinvolta una ditta forlivese (Benini) e l'inaugurazione del palazzo degli Uffici Statali avvenne nel Natale di Roma (21 aprile) del 1937.

Altri progetti sul lato opposto al Municipio rimasero sulla carta. Vero è che più o meno negli stessi anni si restaurò il “lato antico”, il palazzo del Podestà (all'imbocco con corso Diaz) pure ripristinando le antiche graziosità del palazzo Albertini, ad esso contiguo. Fu poi realizzata la “rotonda” di palazzo Talenti Framonti e completata la facciata del Suffragio.

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