sabato 23 agosto 2014

Saturno e l'Assoluto




Il racconto Saturno e l'Assoluto è già stato pubblicato (seppur in forma diversa) nella raccolta di racconti “Il Fiore delle idee” (Michele di Salvo Editore, 2000 e 2002).

 
Ecco l'ultima versione (2013-14): le immagini di copertina sono di Giorgio Pondi.
 

 
Dove trovarlo?

http://www.lulu.com/it/it/shop/umberto-pasqui/saturno-e-lassoluto/paperback/product-21700917.html


 

Che Umberto Pasqui sappia scrivere bene, soprattutto narrare favole incorniciate tra la fantasia e la realtà (per quattro quinti fantastico e solo per il rimanente quinto verosimile), talvolta proiezione d’un onirismo assolutamente sui generis, che, quanto ad effetto, superano alla grande le favole di canonica fattura, è nozione risaputa.

Narrativa aspecifica che lui, umilmente e comunque incurante che questo suo narrare possa annoverarsi in un’innovativa demarcazione letteraria, definisce, nella singola particella d’unità, semplicisticamente ‘racconto’.
Il fatto è che ogni volta si legga qualcosa di suo, non si è in grado di poter fare una ragionevole previsione di dove possa andare a sbattere le ali l’incipit di turno. Com’è vero che quest’altro, riedito, ‘racconto’ è strutturato tra mitologia e, fate bene attenzione, astronomia. Eccola la puntuale novità di quest’ultimo (ma non ultimo) lavoro: la materia astronomica!
Accessione, questa dell’astronomia, che potrebbe indurci, senza aver ancora letto almeno qualche pagina del testo, in un pensiero immerso in quell’ordinaria fantascienza, d’eccezionale interesse, sì, ma ben inquadrata in un’ottica in cui lo stupore sia abbastanza prevedibile, in special modo elaborata su astronavi, navicelle spaziali o altri mezzi aerei all’insegna d’una scienza che comunque non sfugga, ormai (in forza d’una molto ampia, se non trita letteratura), più di tanto alla portata della mente del contemporaneo lettore, giovane o meno giovane che sia. Laddove l’astronomia di cui s’avvale Pasqui è, qui, del tutto insospettabile, essendo essa rappresentata, nella descrizione che ci perviene, in un apparentemente normale labirinto spaziotemporale, i cui mezzi di locomozione sono fantastici animali alati, non, o non soltanto, mitologici grifoni, arpie… unicorni bianchi, bensì originalissime altre chimere, nel significato più largo e moderno che il termine ‘chimera’ possa evocare. Draghi alati a parte, unico elemento intrusivo ma giustificabile con l’esigenza di dare corpo ad una forte metafora che incarni il male (essendo essi al servizio degli Sberfi, esseri che praticano una sorta di schiavismo senz’alcuna pretesa di servitù da parte dei malcapitati), per il resto si tratta di straordinarie figure di creature posticce e nel contempo belle, piacevolissime. Senza troppi mostruosi, deformi animaleschi incroci che incutano terrore, sgomento, inquietudine. Sono graziosi, ameni adattamenti: volasini, alicanguri. Assemblaggi quasi invisibili. Unica loro variante, l’aggiunta d’un paio d’ali. Anche i camelopardi, fra i quali Saetta, esemplare preferito dal conte Saturno, ambedue protagonisti del presente ‘racconto-favola’, altro non sono che bellissime giraffe dalla gigantesca, maestosa apertura alare. Creature che, semmai, arricchiscono in bellezza la loro naturale anatomia.
Il teatro della narrazione invece non esula troppo da un’impostazione usualmente fantascientifica.
Purtuttavia se ne concepisce una divertente, talvolta scompisciante impalcatura. Dalla Terra, da dove parte la ricerca che esplica il profondo significato teoretico, teologico nonché teleologico, e che imprime la giusta morale (sofisticatamente filosofica) della favola, consistente nella ricerca dell’Assoluto («Mi hanno detto che per nascere sono uscito dalla pancia di mia madre, così ho iniziato a conoscere il mondo. Ora, per conoscere l’oltre, devo uscire dal mondo. Per poi rientrarci», così s’esprime la dialettica maschera del conte Saturno), l’intreccio transita per l’orbita della Luna, e per le altre orbite di pressoché tutta la nostra galassia, di volta in volta incontrando vite alternative, talora non troppo, a quella umana (vedansi i Mangiacuori, i Cercamoglie) e strutture le più assurde ma compatibili con le relative atmosfere dei pianeti e dei satelliti di pertinenza. Viaggio che finisce col raggiungere, tanto per fare un esempio, un’ultrafantastica Cometica («regione in cui nascono le comete, ricca di pietre ghiacciate vaganti nello spazio»). È così che questa particolarissima fattispecie di fiaba s’insinua tra corpi astrali veri o inventati, sino ad afferrare finalmente quell’idea d’Assoluto che in sé si confonde tra vita e morte, essere e non-essere, l’esistenza ed il nulla, espandendosi in un impenetrabile Oltre, teoria e realtà, luogo e tempo, che per la scienza astronomica (per certe nozioni ancora presunta ma ogni giorno sempre più vicina alla realtà) dovrebbe all’incirca corrispondere ad ammassi stellari consistenti in un affollamento di qualcosa come non meno di centoventimiliardi di galassie, imbrigliate tra un’altissima percentuale (stimata nella misura del 70%) di “energia-materia oscura”. Naturalmente proprio qui termina la vittoriosa cavalcata (incompiuta ma bastevole risposta per l’intelletto del protagonista e del lettore) del conte Saturno, figlio del conte Urano, che, recuperando l’esistenza del genitore (prima di lui partito nella medesima ricerca e fino ad allora dato per disperso), recupera altresì la via del ritorno sulla Terra.
Nei due nobili eroi Urano e Saturno, nomi paralleli a quelli dei due omonimi corpi celesti, è palese la metafora che indica come l’uomo sia presente, tanto quanto il cosmo, e forse ancor di più, nell’esistenza e nel destino del creato, incarnandone passato, presente e futuro. Perché, di fatto, è l’uomo a scoprire la natura di quest’ultimo, la struttura e la consistenza; non viceversa, assiomatica ipotesi. Nell’uomo è implicita la forza dell’universo. L’Uomo è il Cosmo!
La favolosa ricerca di Umberto Pasqui, inutile dirlo, in un barlume di memorabile pensiero, rievoca l’epico, ariostesco, metaforico volo di Astolfo sulla Luna, nell’intento di recuperare lo smarrito senno d’Orlando. Chiaramente non è sul confronto etico che si deve valutare quest’opera, dal tono affatto diverso, in quanto libera, sciolta narrativa, fiaba intabarrata nel reale.
L’originalità del nostro autore s’intravede, ed in toto, nell’attribuzione di consistenza ad un’avveniristica ipotesi di vita eretta in un comunitario universo economicamente saldato addirittura da un’unitaria moneta, capace di regolare transizioni e servizi a livello interplanetario: il Sole. Dove, circa un altrettanto comune linguaggio, persino un umanissimo “perbacco!” o “perdinci!” trova coerente traduzione in una cosmica, compatta esclamazione: “Pleiadi brillanti!”.
E, similmente all’ordinaria qualifica che inquadra noi gente di Terra come “Terrestri”, gli abitanti della Luna sono detti Lunestri, quelli di Marte, Martestri e via d’un siffatto passo.
Non sorprenda, poi, che sulla Luna possano essere collocate allegoriche zone tali al Mare delle parole, alla Rocca delle domande ed all’antagonista Rocca delle risposte, quando, prima ancora s’apprende che, sorta d’Atlante di viaggio, uno strumento informativo tale a l’Enchiridio del nocchiere celeste è in grado di rispondere pressoché ad ogni richiesta di carattere non solamente figurativo e geo-topografico ma più ampiamente pratico, locomotorio e logistico («libro manuale per colui che volesse intraprendere un viaggio dal pianeta Terra alla Cintura del Centauro», ai confini dell’universo).
Penso sia giunto il momento di fare i conti ognuno un po’ per sé, leggendolo questo entusiastico regalo, l’ennesimo che Umberto Pasqui ha voluto farci. Nel leggerlo, non lo si potrà che gustare. Ne sono sicuro!

 
Emilio Diedo
(Prefazione di "Saturno e l'Assoluto")



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