sabato 10 dicembre 2011

In due recenti antologie

ALTRO NON FACCIO Per onorare l'esperienza lunga ormai quindici anni dell'Osservatorio Letterario Ferrara e l'Altrove (cui mi pregio di collaborare assiduamente da un decennio), Melinda Tamas-Tarr, anima di questa realtà culturale, ha pensato di pubblicare una ricca antologia. Anche il mio nome compare tra gli autori. Nella sezione "Contemporanei italiani, ungheresi e d'altrove" sono presente con due racconti e un saggio. Pasqui Umberto: Incastri, La casa delle voci (Luci, Inquieto vivere, La doppia coppia; Haydn, oh Haydn; Ombre); Lo strano caso delle anatre affagiolate (saggio) 392 Inoltre, sono presente nella sezione "Raccolta delle opere in lingua ungherese" con tre raccontini tradotti in ungherese da Melinda Tamas-Tarr. Da notare chi c'è prima e dopo il mio nome... B. Tamás-Tarr Melinda: Válogatott műfordítások (Dante Alighieri, Assisi Szt. Ferenc, B. Cellini, M. Buonarroti, G. Gozzano, J.M. De Heredía, J. M. Heredía, Ismeretlen Szerző, G. Leopardi, U. Pasqui, F. Petrarca, E. Pietrangeli, Cs. Rubino, F. Sorrentino, Melinda Tamás-Tarr, P. Verlaine) 554 Per saperne di più: http://www.osservatorioletterario.net/copgiubil.pdf http://www.osservatorioletterario.net/ *** 256K Il mio nome compare anche tra i 256 autori selezionati per l'antologia "256k" pubblicata da BraviAutori e curata da Massimo Baglione e Massimo Fabrizi. Nonostante che non sia un fanatico del "retrocomputing" (come si legge nel bando) nè tantomeno apprezzi anglofonie e gergo informatico, mi sono cimentato in questo tema. Il mio racconto brevissimo (è il numero 117) s'intitola "Rimani qui". Come richiesto, misura circa mille battute. Per chi fosse curioso, l'antologia è disponibile come libro cartaceo: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=672014 Oppure come libro elettronico: http://www.lulu.com/product/ebook/256k---256-racconti-da-1024-karatteri/18724652

giovedì 1 dicembre 2011

Adelaide Controvento

Non solo birra...Pubblico qui questo mio racconto già pubblicato nella mia raccolta "Un po' l'ora notturna" (Kimerik, 2006) ora fuori catalogo.
http://http//birrapasqui.blogspot.com/p/un-po-lora-notturna.html

1
Ogni giorno della nostra vita è arricchito da incontri con le tante persone che vediamo attorno a noi. E’ vero, vediamo tante persone, ma spesso a sera non ne ricordiamo i lineamenti; anche se ci sforziamo ogni tentativo è vano. Se invece fermiamo uno che non conosciamo e parliamo con lui o lo aiutiamo, o da lui siamo aiutati, il suo volto per qualche tempo rimarrà impresso nella nostra memoria. Adelaide amava incontrare diverse persone, parlare con loro di ciò che a loro faceva piacere, metterle a proprio agio o rendersi utile per qualsiasi bisogno altrui. Ogni volto umano per lei era un mistero di curiosità, uno scrigno di segreti: nessuno le era indifferente, ciascuno era degno d’attenzione, d’esser ascoltato, d’essere scoperto. Così Adelaide dal viso di cerbiatto era amata e benvoluta da tutti, si rivelava carina, gentile, disponibile, attenta, e la sua compagnia era alquanto ricercata. Non per questo, e nemmeno per il suo aspetto fisico attraente e delicato, si era mai montata la testa, anzi, la sua umiltà e la sua modestia sconcertavano chi le stava vicino. Aveva qualche difetto, è vero, ma così insignificante rispetto alle sue virtù da ritenersi irrilevante.
2
Adelaide amava passeggiare nel molo, e vedere le onde incresparsi, ascoltare il gorgoglio dei motori delle barche, sentire l’odore di nafta e di pesce intridere l’aria salmastra e lasciarsi accarezzare dal vento marino. Spesso si sedeva su una bitta e chiudeva gli occhi, immaginando mondi lontani. Un pomeriggio, di martedì, era sul molo, seduta su una panchina erosa dalla salsedine, aveva il vento che le soffiava in faccia; era buono, salato, tiepido, pulito. Si rialzò per tornare a casa e notò che, anche se si stava dirigendo nella direzione opposta, il vento, quello stesso vento, le soffiava sempre in faccia. Era stupita, ma non più di tanto. S’insospettì soltanto quando, una volta entrata in casa, avvertì la medesima sensazione.
- Il vento in casa? E da dove soffia? Tutte le finestre sono chiuse… - si chiedeva la ragazza.
Piuttosto inquieta uscì per parlarne con qualcuno, ma a fatica riusciva a tenere gli occhi aperti perché il vento soffiava molto forte, a raffiche. A malapena poteva ascoltare le voci, tanto che l’udito era compromesso dal continuo fruscìo rumoroso ed assordante. Aveva notato che solo a lei stava accadendo questo strano fatto, che solo lei era sempre e perennemente controvento.
- Non può essere una coincidenza, sarà una malattia rara – pensava tra sé.
Puntò lo sguardo sul mare piatto, si volse a scatti nelle quattro direzioni ma era sempre controvento, poi, rassegnata, abbassò lo sguardo a terra, e sempre il vento le accarezzava le gote lentigginose. Era preoccupata la giovane Adelaide, seriamente in pensiero per la propria salute, sia fisica che mentale: dentro lei cresceva il fastidioso sospetto di essere vittima di un malocchio, o di una malattia della mente. L’idea della fattura le era venuta perché sapeva che lei, carina e benvoluta, era fonte d’invidia per qualche coetanea rancorosa, ma credeva poco nella magia. Stava diventando pazza? Forse sì, a suo giudizio, perché tale era l’unica spiegazione verosimile alla sua condizione. Forse erano allucinazioni le sue sensazioni.
3
Nel culmine della sua preoccupazione avvertì una voce strozzata che la chiamava:
- Adelaide… Adelaide…
S’accorse che la voce proveniva dal mare piatto del molo, e lo fissò.
- Adelaide… Adelaide…
La voce proveniva da un’alga. Un’alga? La ragazza era sempre più convinta della sua follia e, quasi divertita, volle ascoltarla.
- Adelaide… Adelaide… parlo in nome delle onde del mare, esse ti mandano a dire che sono gelose di te.
- Gelose? – reagì con tenue riso – E che cosa avrei fatto?
- Il loro principe tu hai rapito, ed ora tristi si spengono nella mestizia.
- Misericordia! – sempre più perplessa – E tutto ciò sarebbe accaduto per colpa mia?
- Adelaide… Adelaide…
Un gommone passò sopra l’alga e la fece tacere.
Qualche curioso sorrideva avendo visto la ragazza parlare col vegetale marino. Buona parte del resto della giornata fu da lei trascorsa a pensare e ripensare alle parole strozzate dell’alga. Che cosa voleva dire? Chi è il principe? E perché le onde sono di lei gelose? Sulla via di casa un pettirosso, tutto arrabbiato, le beccò i piedi soltanto difesi da sandali e la redarguì con veemenza:
- Attenta, perché tu, con quei tuoi sorrisini, hai combinato un bel guaio!
- Dimmi che cosa ti ho fatto…
- L’effetto è che volo come un pollo menomato, non più come un aggraziato pettirosso, la causa sei tu.
- Sono davvero dispiaciuta, cosa posso fare per te?
- Per me? Ah, bella mia, non solo “per me”, hai ridotto come me tutti i volatili della zona!
Il pettirosso saltellò via imprecando contro di lei. Adelaide era sempre più curiosa di sapere qual era il suo ruolo nella vicenda e perché le stavano capitando cose tanto strane. Intanto il vento le soffiava sempre in faccia.
- Tu, bambolina dagli occhi di cerva – tuonò una voce contraltile proveniente dall’alto.
Era una nuvola, anch’essa in collera con la ragazza.
- E a te cosa avrei fatto?
- Non fare la gnorri, bipede flavichiomato, sai bene che se mi manca l’accompagnatore è solo per colpa tua.
- Non so davvero che dire… se solo sapessi… se solo ti potessi aiutare…
- Ogni mia simile, pulzella scriteriata, è ora sola a causa tua, e non ha nessuno che le faccia scoprire nuove terre e nuovi cieli.
Adelaide era sempre più mortificata, non osava più rispondere ma si lasciava insultare dalla nuvola borbottante.
- Mi fai pena e disgusto, frivola callipigia, perché tu sai tutto, hai la risposta davanti agli occhi e sei complice del misfatto.
La nuvola, ciò detto, tuonò e si dissolse.
4
In quel momento nella testa di Adelaide passava ogni sorta di pensiero. Era curiosa, e allo stesso tempo angosciata; a tratti riteneva divertente parlare a cose o ad animali, ma a volte pensava che ciò fosse sconcertante e ben presto le tornava in mente l’idea di aver contratto una malattia sconosciuta. Aveva appena dialogato con un’alga, un pettirosso e una nuvola, e tutti questi l’accusavano per qualcosa di cui non sapeva nulla. Decise che era meglio non parlarne con nessuno, altrimenti chissà cosa avrebbe suscitato, ma sentiva altresì che affrontare da sola questo grave, poteva diventare di difficile sopportazione. Avrebbe voluto sfogarsi, ma non osava. Pur avendo tanti amici in quei momenti si sentiva tremendamente sola. Detestava la solitudine, ma riteneva che nessuno potesse darle un consiglio né esserle d’aiuto. Tornò sul molo, su quella panchina erosa dalla salsedine per capire qualcosa: sempre e ancora il vento le soffiava in faccia.
5
Chiuse gli occhi ascoltando i rumori del molo finquando sentì una voce che chiamava il suo nome:
- Adelaide… Adelaide…
- Dimmi, alga – rispose senza aprire gli occhi.
- Alga? Io non sono un’alga! Guarda bene.
La ragazza aveva davanti a sé, per terra, ai suoi piedi, un aeroplanino di carta: era possibile che fosse lui a parlare?
- Sì, sono io… - disse alzando la voce.
- Di che cosa hai bisogno? – domandò Adelaide con aria di sufficienza; ormai era abituata a tali stranezze.
- Ti rendi conto che sono inservibile?
- Mi dispiace.
- Solo questo sai dire: “mi dispiace”?
- Non hai capito ancora niente? – borbottò un’altra voce da non lontano.
Era un aquilone steso a terra col filo attorcigliato su se stesso.
- Se non mi spiegate… - riprese a parlare la ragazza, sempre più svogliata.
- E cosa c’è da spiegare? – protestarono i due oggetti.
- Spiegatemi dove ho sbagliato!
- Ah, be… - titubò l’aquilone – evidentemente tu gli piaci.
- Sì, sì – aggiunse l’aeroplanino di carta – tu non hai voluto tutto questo, ma l’hai causato.
- Se non mi dite come stanno le cose – minacciò la ragazza ormai insofferente – vi prendo e vi butto nel cestino!
- Ehi, signorinella – rispose seccato l’aquilone e per nulla impaurito – sarà ora che usi la tua bella testolina bionda, oppure hai capito e ti stai prendendo beffe di noi, vediamo bene che non disdegni la sua compagnia.
- Sua? Di chi?
- Di chi ti sta corteggiando, e tu di certo non rifiuti.
La testolina bionda della docile Adelaide cominciò a girare perché non riusciva più a trovare il senso di ciò che stava accadendo.
- Non hai capito, stellina? – chiese ancora, con dolcezza, l’aeroplanino di carta.
- No…
- Allora è giunto il tempo che ti spieghiamo le cose per bene.
Finale
Adelaide non si era resa conto che quel giorno in cui si era seduta sulla panchina del molo aveva incontrato il vento, e il vento con lei si era incontrata. Esso l’accarezzò sulla guancia, e poi se ne innamorò. Il vento, per natura, ha un carattere capriccioso e volubile, ma talora può essere anche costante, tanto rimaneva fedele ad Adelaide che nel mondo non soffiava più, se non per baciare ed accarezzare la ragazza.

Umberto Pasqui

mercoledì 30 novembre 2011

Così mi vedete

Non solo birra...
Pubblico qui questo mio racconto già pubblicato nella mia raccolta "Un po' l'ora notturna" (Kimerik, 2006) ora fuori catalogo.
http://http//birrapasqui.blogspot.com/p/un-po-lora-notturna.html

Ci sono momenti in cui avvertiamo dei rumori misteriosi che provengono da fonti ignote, spesso sono causati dal vento, altre volte dalla nostra immaginazione, oppure sono, o sembrano, davvero inspiegabili.
Gli abitanti di V.g. da qualche notte a questa parte, sentivano un qualcosa che assomigliava, secondo certuni, ad una voce, una voce femminile proveniente dall’alto. Molti ritenevano che ciò fosse una suggestione, forse la brezza che scende accarezzando le colline porta con sé un sibilo prima inaudito, forse il vociare del giorno rimbalza nelle nostre orecchie anche durante la notte, e tutti sanno che nei sogni accadono cose ben più strane. Ma no, non stavano dormendo gli abitanti del paese, era soltanto notte, una notte silenziosa di campagna. Spesso sentivano latrare cani lontani, gli uccelli serotini che modulavano i loro canti, o, più avanti nella stagione, la frizione delle elitre dei grilli costanti e tenaci. Mai così tante persone, negli stessi momenti, avevano ascoltato la vocina soffiata, che parlava, benché le parole non s’intendessero. C’era chi guardava con sospetto il cimitero, forse qualcuno da lì era fuggito, c’era chi ascoltava ma non credeva, c’era chi non ne voleva parlare, chi gridava subito al miracolo, chi negava l’evidenza, chi si prendeva beffe di chi avanzava opinioni su quanto stava accadendo… Pur non essendo tanti gli abitanti, tante erano le considerazioni diverse che si respiravano nell’aria. Ovviamente, tra le ipotesi contemplate, non mancava quella secondo cui si sarebbe trattato di uno scherzo giocato da “non so chi” all’intera comunità.
Una cosa era sicura: la voce proveniva dall’alto.
Due o tre persone vollero salire sui tetti delle loro case per capire, scrutarono il panorama dall’alto, cercarono tra le fronde degli alberi un altoparlante o un megafono, qualcuno salì sui tralicci dell’alta tensione credendo fossero rumori causati dall’inquinamento elettromagnetico, altri accusavano il ripetitore non lontano: chi più di esso trasmetteva voci?
La teoria del ripetitore risultò piuttosto convincente, ma, richiesto il parere tecnico di un operatore del settore, i più abbandonarono anche questa strada.
E allora? Da dove proveniva quella voce?
E che cosa diceva?

A due amici del parroco venne in mente di salire sul campanile: la vetta più alta del paese, ed effettivamente da lì si potevano ascoltare le parole mormorate dall’alto:

avete guardato dovunque fuorché in cielo sussurrava e se anche adesso volgete i vostri occhi all’insù non vi accorgerete di me.

In effetti, non era facile guardare il Firmamento dall’ultimo piano del campanile, quello delle campane, sicché i due, senza dir nulla al parroco, osarono salire sulla cuspide e sedersi sui suoi bordi abitati da ostinate piantine di cappero. Ora sì che potevano vedere un bel cielo stellato, nitido e pulito, soltanto un po’ chiaro e ingiallito verso oriente e mezzogiorno, là dove si adagia la città con le sue mille luci.
Così mi vedete esultò la vocina così finalmente vi siete accorti che sono quassù. I due contemplavano solo stelle, era possibile che fosse una stella a parlare? A poco a poco una torma d’increduli s’affollò sotto il campanile, scrutando ed ascoltando i due compaesani che parlavano al cielo. Alcuni mormoravano della follia dilagante, altri sorridevano divertiti, ma presto si accorsero che una stellina brillante stava rivolgendosi anche a loro.

Così mi vedete ripeteva, e mi rivolgo a ciascuno di voi.
Ora che i vostri umili occhi umani si sono posati su di me drizzate bene le orecchie, ed ascoltatemi. Io ogni estate brillo sulle vostre teste – una tra tante – direte voi, ma così non è.
Così mi vedete, una tra tante, ma sono l’unica che dà ricchezza davvero alla vostra vita ed al vostro lavoro: voi, infatti, non sapete che senza di me le vostre viti non crescerebbero, ed avvizzirebbero rattrappendo e piegandosi fino a seccarsi senza dare frutto.
Raccogliereste solo pochi acini, aspri e poveri, da cui neppure una misura di mosto sarebbe possibile ricavare. I vostri raccolti, la vostra prosperità, il vostro ottimo vino sono solamente opera mia; non crediate che sia grazie al lavoro svolto con premura e sollecitudine, con fatica e sacrifici.

Gli ingenui abitanti del paese erano sconcertati, alcuni si ritenevano offesi ed amareggiati, ma i più nutrivano una specie di timore reverenziale che li spingeva a dare ragione all’astro petulante. Nessuno osò contraddire ad alta voce la stella, rivendicando l’importanza del proprio lavoro, nessuno manifestò il proprio disappunto, e nel villaggio si diffuse un ineffabile silenzio, rotto soltanto dai grilli costanti e tenaci. Fu però proprio dalla terra che si levò una voce contraria.

Cari abitatori del terreno che mi ricopre, non fatevi abbindolare dalle parole sciocche della stella soltanto perché brilla sopra le vostre teste, non lasciatevi sedurre dall’inganno: è una menzogna quello che dice. Se le viti che, grazie al vostro lavoro, producono uva succulenta e bella, una parte del merito deve andare a me, giacché se io non drenassi la terra, e non la rendessi fertile con le mie scorie essa sarebbe più povera. La stella è lassù in cielo, una tra tante, cosa credete che possa fare? Non datele retta e, piuttosto, ascoltatemi: vi chiedo di donarmi parte del vino – com’è giusto – perché rivendico parte del merito alla buona riuscita di esso.

Un lombrico viscido ed insignificante aveva parlato e, ben deciso, aveva avanzato le sue richieste.
Tali parole scaturirono subito la reazione della stella.

Strana notte questa, che mi vede opposta ad un verme della terra, vorrei tanto risponderti tacendo, ma lo faccio a parole, sicché tu sia umiliato davanti a tutti e torni a nasconderti nelle oscure profondità del pianeta. Tu dici di concorrere alla buona riuscita del vino della regione, tu, proprio tu! Io con un solo sguardo brillo su tutte le viti del pianeta, tu in tutta la tua vita percorrerai sì e no cinque filari. E poi osi anche avanzare richieste? Tu, viscida virgola? Ricordati che se è vero che le tue scorribande sotterranee giovano alla salute del terreno hai già la ricompensa che chiedi quando ti nutri dello stesso terreno. Che cosa esigi di più? Che cosa vuoi ancora? Guarda me, se hai gli occhi, e pensa che io brillo sui filari e non ricevo nulla in cambio. Sono io, soltanto io, in debito con questa gente: chiedo pertanto che mi venga offerto tutto il vino rimasto a partire dalle ultime quattro vendemmie.

La stella non aveva ancora terminato il suo discorso che il lombrico era scomparso tra le zolle profumate.

Ora gli abitanti del villaggio erano in pensiero perché non sapevano come fare per soddisfare la stella: non era infatti tanto un problema recuperare il vino, quanto come porgerglielo. In realtà parecchi non avevano capito molto di ciò che la stella ed il lombrico avevano detto, perché le loro parole sembravano troppo difficili ed inconsuete alle loro orecchie, più propense a distinguere i diversi canti degli uccelli che alle finezze lessicali. Ognuno pensava, c’era chi progettava una scala infinita, chi una fionda sparabottiglie, chi delle molle per saltare fino alla Via Lattea, qualcuno confidava in un miracolo… C’erano studiosi improvvisati, per lo più insegnanti in pensione, che tentavano di calcolare ad occhio nudo la probabile distanza dal suolo all’astro senza però trovare un accordo né una stima convincente. Intanto il tempo passava, e i grilli costanti e tenaci perpetuavano la loro canzone. La notte ormai era terminata, la stella incitava, scalpitava, aveva fretta perché dopo qualche ora sarebbe scomparsa, vinta dalla luce del sole. Ma la gente del paese non riusciva, con tutta la buona volontà, ad escogitare un modo concreto ed efficace per donare il vino al cielo. C’era perfino chi, recuperato un deltaplano, provò a sfruttare le timide correnti ascensionali abbozzando, nelle ultime propaggini della notte, un volo tanto incerto che non si elevò oltre il doppio dell’altezza del campanile. Qualcuno, infine, prese dei tini e vi fece bollire grandi quantità di vino che, evaporando, solo in minima parte raggiunse la stella la quale, affatto contenta, ne esigeva tanto e tanto ancora. La scala infinita non era più alta del campanile quando albeggiò sulla frazione di V.g., e la stellina scomparve sdegnata. Sopraggiunto il mattino, grazie al benefico influsso del sole, ciascuno tornò alle proprie case e prese ben presto a lavorare, dimenticandosi delle parole della stella.

Un contadino, guardando i grappoli acerbi, corse in casa a riempire un bicchiere di vino rosso: ma non era per lui, perché, una volta sotto una delle tante viti dei suoi filari, versò il liquido color rubino a terra. Da una fessura emerse il lombrico che lo ringraziò.

Umberto Pasqui

mercoledì 21 settembre 2011

L'uomo della birra - Castellani

Umberto Pasqui, L'uomo della birra


Recensione di Fulvio Castellani
(pubblicata sulla rivista "Poeti nella Società" - Anno IX - Num. 48)

Della pianta del luppolo e delle sue proprietà terapeutiche esiste una ricca documentazione. Se ne parlava già in epoca antica, tra i cinesi, tra i pellerossa che se ne servivano come digestivo e sedativo. Poi eccoci al suo utilizzo per creare la birra ed eccoci alla scoperta e alla coltivazione del luppolo italiano da parte di Gaetano Pasqui. "Iniziò a raccogliere le piantine di luppolo selvatico che crescevano nei pressi della sua città - ha scritto nella parte iniziale del libro Umberto Pasqui - ne studiò le proprietà e provò a coltivarle: nel 1847 produsse la prima birra fatta con luppolo italiano". Prima di allora il birraio Pasqui doveva acquistare a caro prezzo il luppolo dalla Germania. Fu un successo, e sull'onda di tale produzione di luppolo la "bionda" di casa nostra iniziò la sua storia, una storia legata giustamente all'"uomo della birra", ossia a Gaetano Pasqui che operò a Forlì in tale direzione nella seconda metà dell'Ottocento. Il lavoro storico realizzato da Umberto Pasqui si basa, com'è stato giustamente evidenziato nella premessa "su documenti e ricordi di famiglia raccontati specialmente da Gisella e Adriana Pasqui, figlie di Giuseppe, proprietario della Casa del luppolo fino al 1938". Altri contributi alla ricerca, ovviamente, si sono avuti da manoscritti e soprattutto dalla consultazione del Fondo Pasqui conservato dalla Biblioteca Comunale di Forlì.

Umberto Pasqui è riuscito, in tal modo, a mettere a fuoco una vicenda davvero singolare e brillante, dando ampio spazio anche all'operato di Gaetano Pasqui come agronomo, imprenditore, inventore di attrezzi agricoli sulla base di intuizioni dettate dall'esperienza, protagonista della vita pubblica...
Un personaggio a tutto tondo, dunque, dinamico e sempre in primo piano. E bene ha fatto Umberto Pasqui, che ne è uno dei discendenti, a parlarne, a metterne in luce ogni e qualsiasi sfaccettatura, usando sempre una grafia efficace ed essenziale e quanto mai fedele alla storia.
Oggi "non sono rimaste tracce nè della fabbrica nè della casa e tantomeno delle luppolaie della Birra Gaetano Pasqui di Forlì", ma i luoghi dove si è sviluppata tale vicenda sono ancora a testimoniarne la valenza.

E perché, ipotizza e suggerisce in chiusura Umberto Pasqui non pensare alla creazione di una "via della birra"? Dati e riproduzioni iconografiche completano un libro che evidenzia ulteriormente la bravura di un autore già apprezzato per la sua attività di giornalista e di scrittore.


mercoledì 27 luglio 2011

L'uomo della birra - Cronache

Umberto Pasqui, L'uomo della birra

Cartacanta editore, 2010

Articolo pubblicato su www.cronachedibirra.it

Concludo infine con un ultimo libro, di cui i più attenti di voi avranno notato la presentazione in anteprima al passato Birra e Dintorni. In realtà non ne so moltissimo e le uniche informazioni che ho trovato sono consultabili sul sito della casa editrice, Carta Canta. Il volume si chiama L’Uomo della Birra ed è scritto da Umberto Pasqui, discendente dell’agronomo Gaetano Pasqui, protagonista dell’opera e primo in Italia a coltivare luppolo nel XIX secolo, fino ad impiegarlo per la sua birra artigianale.
Ecco come viene presentata la pubblicazione:
L’incredibile storia della più antica “bionda” di luppolo italiano. «Immagini il lettore un giovane uomo sul ciglio di un fiume, teso a raccogliere e studiare ciuffetti di erbaccia.» Siamo a metà dell’Ottocento. Per Gaetano Pasqui, giovane agronomo italiano dotato di una creatività eccezionale non si trattava però di comune erbaccia, ma di luppolo selvatico. In un periodo storico nel quale il luppolo si importava dalla Germania o addirittura dall’America e costava ben 15 lire al chilo, Gaetano Pasqui fu il primo a coltivarlo in Italia e a dare vita alla prima luppolaia nostrana. Ci fu un periodo in cui il Bel Paese sarebbe potuto diventare la patria della bionda più amata di tutti i tempi…
L’Uomo della Birra è acquistabile sul sito di Carta Canta al prezzo di 12 euro.

L'uomo della birra - Gazzette

Umberto Pasqui, L'uomo della birra



Cartacanta editore, 2010

Articolo pubblicato su Romagna Gazzette

Dopo l' Uomo delle stelle ecco L’uomo della birra. In una vicenda reale.

Umberto Pasqui, personaggio reale, storico, in carne ed ossa mette in scena la sua storia. Anche perchè L’uomo della birra’, infatti, è esistito per davvero, addirittura a due passi da casa nostra: a Forlì.

Come Grisham ha ideato ‘L’uomo della pioggia’ e Giuseppe Tornatore ‘L’uomo delle stelle’, così Umberto Pasqui ha coniato ‘L’uomo della birra’. La differenza sostanziale tra i tre 'uomini' sta nel fatto che i primi due sono frutto della fantasia dei loro autori, il terzo invece è stato un personaggio reale, storico, in carne ed ossa. ‘L’uomo della birra’, infatti, è esistito per davvero, addirittura a due passi da casa nostra: a Forlì. Si chiamava Gaetano Pasqui, era un agronomo romagnolo della metà dell’Ottocento, personaggio salito alle cronache nazionali per essere stato il primo a realizzare una birra con luppolo di produzione italiana. Erano anni di grande fervore nella produzione delle bionde nel nostro paese, con alcuni marchi destinati ad arrivare fino ai giorni nostri: la Wuhrer di Brescia (1829), la Peroni (1846), la Menabrea (1846), la Moretti (1859). E tra questi, a pieno titolo, troviamo anche la birra Pasqui (1835), che avrà il merito di trovare una via originale nel mercato di casa nostra. Una novità assoluta nel panorama della penisola, dettata da una necessità contingente: l’importazione di luppolo dalla Germania aveva raggiunto costi talmente proibitivi che si era resa necessaria una via di uscita ‘autarchica’ per ovviare al problema. L’intuizione di Pasqui è quella di coltivare il luppolo selvatico che vedeva crescere lungo le sponde del fiume Rabbi, scelta che nel 1847 vedrà l’arrivo della prima birra con luppolo Made in Italy, anche se le prime soddisfazioni imprenditoriali arriveranno tre anni dopo. L’eco di questa innovazione si fa talmente grande che nel 1856 gli viene consegnata una medaglia in occasione dell’Esposizione provinciale di Forlì, seguita poi da altri importanti riconoscimenti, a Firenze (1861) e Londra (1862). Nulla di strano visto il personaggio: agronomo col piglio dell’Archimede, inventore di attrezzi agricoli, nonché costruttore di modelli di macchine per migliorare la coltivazione dei campi. La sua è una storia tutta italiana, in una terra di Romagna laboratorio di idee politiche e sociali destinate a lasciare il segno su tutta la penisola.  Umberto Pasqui, ‘L’uomo della birra’ (Carta Canta, Forlì, pp. 96, euro 12,00). (www.filippofabbri.net)